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16 dicembre 2004

La campana di vetro di Sylvia Plath.

                                          

Nell’estate del 1953, Julius ed Ethel Rosenberg muoiono sulla sedia elettrica alla quale sono stati condannati due anni prima con l’accusa, mai davvero provata, di essere spie al soldo dell’Unione Sovietica.

In quell’ estate torrida e bizzarra, Esther, che ha diciannove anni, vive a New York in un albergo per sole donne e lavora presso una rivista di moda. Un impiego temporaneo, di un solo mese, prima di tornare alla vita universitaria. I giorni e le notti trascorrono veloci e, sebbene la giovane donna sia scossa dalla nausea al pensiero della tragica fine dei due coniugi, niente sembra appannare la loro vivacità.

Dal mio albergo mi tuffavo nel lavoro e nei ricevimenti e dai ricevimenti al mio albergo e di nuovo nel lavoro come un automa che non capisce niente.

Ma lo specchio magico infine va in mille pezzi e nell’ultima notte a New York, il volto drammatico della sua esistenza si rivela: Esther sale sull’altana deserta dell’Amazon e getta tutti gli sfarzosi abiti che sono portati via dal vento come le ceneri di un uomo amato.

Al suo ritorno a casa, scopre di non essere stata ammessa al corso di scrittura e la delusione – un pugno nello stomaco – è così inattesa che la colpisce stordendola. L’immagine è quella di un corpo, in camicetta bianca e gonna verde, che precipita nel vuoto.

Il sogno infranto rivela impietosamente la fatica di vivere. A poco a poco, nei giorni sempre uguali, Esther si smarrisce: non può più né dormire, né mangiare, né leggere e, soprattutto, non può più scrivere. In preda all’angoscia, sente di essere ricacciata sempre più in fondo a un abisso nero e senz’aria, senza nessuna via di scampo.

La strada che percorre è quella della solitudine perché nessuno, non certamente la madre, può sostenere il suo passo. Si ribella al dottor Gordon che la sottopone alla pratica dell’elettroshoch ( a cui allude la poesia L’impiccato) e cerca una via di fuga nella morte.

Ma non è possibile eludere facilmente il proprio destino di sofferenza  e uscire dalla campana di vetro. Il buio è assoluto. La vita la riacciuffa con violenza e, per giorni lunghi mesi, la tiene prigioniera nelle stanze della clinica Caplan. Insieme a lei, altre ammalate e Joan, una vecchia compagna, che condivide la sua sorte. Forse, alla fine, la porta si socchiude, ma al di là della soglia la luce è ancora fioca.




permalink | inviato da il 16/12/2004 alle 15:5 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
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