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31 ottobre 2005

The Interpreter di Sydney Pollack

          

Silvia Broome ha un passato di dolore alle spalle.

Ora è interprete all’ONU, e, per caso, ascolta una conversazione, quasi un bisbiglio, in cui si minaccia l’uccisione del Presidente Zuwanie del Matobo quando, da lì a pochi giorni, parlerà all’Assemblea Generale.

Zuwanie è un feroce dittatore che ha tolto la libertà e la dignità al suo Paese dopo una breve stagione di speranza. Vuole tenere un discorso pieno di promesse ingannevoli con il quale conquistare ancora una volta il consenso del mondo.

Molti sono i suoi nemici, tanti gli esuli costretti a rifugiarsi lontano e tra di loro potrebbe veramente nascondersi l’attentatore.

Silvia Broome, figlia di un africano bianco e di un’inglese, ha vissuto a lungo nel Matobo e conosce personalmente la violenza di Zuwanie, sa che il dittatore nero e i suoi uomini sono sanguinari e corrotti.

Tuttavia, già da alcuni anni ha deciso di non perseguire la strada della vendetta, abbandonando il Paese, dopo l’assassinio dei suoi genitori e della sorella.

E’ convinta che solo il perdono dia ad ogni essere umano la possibilità di guardare avanti e di costruire il futuro:

Quando qualcuno viene ucciso, si fa una grande festa sul fiume e, poi, al sorgere dell’alba, l’assassino viene legato e lasciato in mezzo alla corrente. I familiari della vittima possono lasciarlo affogare o gettarsi nelle acque e salvarlo. Se lo lasciano morire ottengono giustizia, ma chiudono i propri cuori alla vita…

e così quando scopre che Zuwanie è in pericolo, non esita a rivelarlo ai Servizi di Sicurezza.

Ma la realtà delle cose è ancora più orribile e piena di sofferenza di quella che appare.

A poco a poco, la consapevolezza che Zuwanie è un uomo incapace di redenzione, la induce a un passo estremo che la porta sull’orlo del baratro.

Solo a stento riesce a ritrarsi dal compiere quel gesto di violenza che mai avrebbe potuto ricomporre il suo e il nostro mondo.

  

 

 




permalink | inviato da il 31/10/2005 alle 17:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

23 ottobre 2005

Niente da nascondere di Michael Haneke.

                                  

     

                                    








    

La tranquillità e la sicurezza di sé di Georges e Anne vanno in frantumi quando scoprono di essere spiati.
Qualcuno, nascosto chissà dove, dietro quale angolo di strada, finestra o portone, li osserva.
Quando Anne trova la prima videocassetta davanti alla porta di casa, Georges pensa a uno stupido scherzo di qualche amico di Pierrot, il figlio dodicenne.
Ma, dopo pochi giorni, la seconda videocassetta è accompagnata dal disegno di un volto macchiato di sangue e da alcune telefonate anonime.

Georges, giornalista letterario alla televisione, e Anne, editor in una casa editrice, cercano di non cedere all’angoscia, ma, alla sera, quando rientrano a casa, si ritrovano immancabilmente davanti a quelle immagini rubate senza capirne il perché.


Non hanno niente da nascondere e brancolano nel buio.


La verità sembra affacciarsi improvvisamente nella mente di Georges, quando la terza videocassetta presenta le immagini della casa di campagna in cui ha vissuto la sua infanzia.
Il ricordo di un fatto lontano, dimenticato, torna con violenza e Georges non ha più dubbi su chi sia il suo persecutore. Con un senso di inquietudine e di smarrimento crede di aver in mano la spiegazione.
Ma la realtà non è mai così semplice e il passato con i suoi fantasmi intorbida la percezione del presente.
Geoges deve fare i conti con i morsi della sua coscienza, deve tornare indietro nel tempo, quando era ancora un bambino. Non è facile ricomporre senza rimanerne schiacciato quei giorni, non è facile ripensare a quello che è stato.
Allora, la via è quella della fuga in avanti: oggi è lui la vittima e si difende accusando con rabbia chi tanti anni prima ha sofferto a causa sua.


Il tema profondo di Niente da nascondere di Michael Haneke è quello della rappresentazione e dell' interpretazione della realtà, ma, se si esce dalla proiezione con un forte senso di disagio e di turbamento, è perché il film è spietato nella descrizione di una società colta e progressista, come quella di Georges e Anne, che non arretra di fronte all’affermazione di sé e non esita a calpestare il più debole.
Sullo sfondo, la Francia contemporanea, incapace di dare una risposta ai contrasti sociali, incerta tra la scelta dell’accettazione della diversità e il suo rifiuto, che guarda sempre con diffidenza lo straniero
La scena finale del film – gli studenti che al termine delle lezioni escono dalla scuola frequentata da Pierrot - è sconvolgente.
Incomprensibile nei primi fotogrammi, si rivela nella sua drammaticità quando ci si avvede che tutti quei giovani sono figli e figlie della buona borghesia francese, quella a cui appartengono Georges e Anne, incontaminati nella loro separazione.

                   




permalink | inviato da il 23/10/2005 alle 12:12 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

29 settembre 2005

Un'altra scuola

La storia di L’educazione fisica delle fanciulle tratta dal romanzo di Frank Wedekind inizia e finisce in un orfanotrofio di ragazze chiuso al mondo esterno. Un posto pieno di segreti e pericoli nascosti. Sembra un luogo innocente, una scuola dedita alla musica classica, alla danza e alle buone maniere, ma in realtà, è vero il contrario; qui, al termine dei loro studi, c’è la morte dell’innocenza.

Gestito da una direttrice implacabile, le studentesse  che entrano a scuola bambine e si diplomano adolescenti non hanno nessuna cognizione del mondo comune convenzionale. Crescendo, quando iniziano a interrogarsi sulle loro origini e il loro futuro ogni sorta di ostacolo si interpone sulla loro strada e, quando iniziano a percepire l’impeto della loro sessualità, le conseguenze e le punizioni sono brutali.

In parte storia horror, in parte fiaba e in parte protesta sociale, un mistero che non si risolve fino all’ultima scena, la storia mi ha attratto per molte ragioni. Ad essere onesto, una di loro mi riguarda in prima persona, poiché anch’io, in tenera età, sono stato imprigionato in un collegio tirannico nascosto nella campagna inglese dove bellezza e dolore si sono mischiati in uguale misura.

 

da Note di Regia di John Irvin.




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14 luglio 2005

Una piacevole sorpresa.

L’ultima estate. Ricordi di un’amicizia è un delizioso piccolo film di Pete Jones.

Narra la storia di Pete, un bambino cattolico che vuole assolutamente guadagnarsi il Paradiso con una buona azione. Teme di poter finire all’Inferno e i continui rimproveri di Suor Maria, la sua insegnante di terza elementare, lo convincono sempre di più che deve fare qualcosa per salvarsi. Così va alla ricerca di una missione da portare a termine e conquistare il premio più alto.

Pete, che vive a Chicago con la sua numerosissima famiglia di origine irlandese, alla fine sceglie: dedicherà l’estate alla conversione di Danny, il figlio del Rabbino Jacobsen.

E’ la calda estate del 1976 e, senza farsi attirare dal richiamo delle sirene del torneo di baseball a cui partecipa anche suo fratello Patrick, ogni giorno inforca la bicicletta, raggiunge il quartiere ebraico e s’incontra con Danny.

I due piccoli, com’è naturale, fanno amicizia e Danny, ammalato di leucemia, si lascia affascinare dalla missione di Pete.

L’idea di conquistare il Paradiso insieme a Pete gli piace e per questo segue con entusiasmo il nuovo amico in una serie di prove strampalate per dimostrare di essere pronto ad essere accolto da Gesù.

Pete e Danny appartengono a due mondi diversi che, seppur vicini, si sono ignorati da sempre e le difficoltà non mancano, ma, una volta tanto, l’intelligenza degli adulti riesce a superarle.

La loro capacità di comprendere la realtà delle cose al di là delle ingannevoli apparenze permette di riconoscersi, di scavalcare gli steccati senza dimenticare se stessi e la propria identità e, soprattutto, dà a Pete e Danny la possibilità di vivere la loro estate di amicizia.

 

Il film, prodotto da Ben Affleck e Matt Damon, è l’opera prima di Pete Jones; la sceneggiatura è stata scelta tra le migliaia pervenute al concorso Project Greenlight che ha lo scopo di individuare e lanciare nuovi giovani registi.

 




permalink | inviato da il 14/7/2005 alle 16:50 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

15 maggio 2005

La casa di sabbia e nebbia di Vadim Perelman.

 

E’ sua questa casa?”

“No, questa non è la mia casa”

Con queste ultime parole di Kathy, si conclude La casa di sabbia e nebbia di  Vadim Perelman.
Un film che ricordavo con il suo fardello di tristezza e di angoscia, ma che, ieri sera, ho voluto rivedere.

Quando la contea Pacific di San Francisco espropria la casa di Kathy Nicolo, accusata per sbaglio di non avere pagato 500 dollari di tasse aziendali, e la mette in vendita all’asta, il Colonnello Amir Behrani, un esule iraniano fuggito dagli Ayatollah, la compra e va a vivervi con la moglie Naderah e il figlio Esmail.

Per Behrani, la casa, così simile a quella in riva al Mar Caspio, è una conquista importante: non serve a lenire la malinconia per la sua terra e la nostalgia per quella che era la sua esistenza privilegiata nella Persia dello Scià, ma rappresenta l’inizio del riscatto per sé e per i suoi.

Non dovranno vivere negli Stati Uniti come degli zingari, afferma la moglie.

Ma anche per Kathy, la casa è l’ultimo sogno a cui aggrapparsi. Vittima di se stessa e della miseria che la travolge, sola anche quando incontra Lester, senza un lavoro vero, lotta disperatamente per opporsi a ciò che ritiene, e nella realtà delle cose è, un sopruso.

Ben presto, lo scontro tra il Colonnello e Kathy assume i colori della tragedia. Non c’è una linea di confine tra ragione e torto che si mischiano ineluttabilmente in due necessità contrarie.

Se l’esule iraniano intravede per sé e i suoi cari una rivincita sul passato, Kathy non vuole crollare sotto il destino che ormai sembra segnarla.

Ma non c’è possibilità di redenzione e la casa, che si perde tra sabbia e  nebbia di fronte all’Oceano Pacifico, diventa irraggiungibile, metafora della sofferenza umana, dell’esilio, dello sradicamento, della solitudine, dell’impossibilità di opporsi a ciò che si è messo in movimento, apparentemente solo per uno sbaglio.




permalink | inviato da il 15/5/2005 alle 19:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

18 marzo 2005

Million dollar baby di Clint Eastwood.

Una storia di boxe, un sogno infranto, una tragica decisione da prendere: sono questi gli elementi narrativi che fanno di Million dollar baby un film stupendo che colpisce duro, che penetra come una lama acuminata, che stordisce e che non permette di volgere lo sguardo altrove.

Frankie è un vecchio allenatore, proprietario di una modesta palestra dove s’affacciano, passano e, quasi sempre, muoiono le speranze dei giovani, neri e bianchi, di salire sul ring e di agguantare la gloria.

Quando si presenta Anne, una donna non più giovanissima, che chiede il suo aiuto, Frankie risponde che allena solo uomini. Ma Anne è caparbia, non si dà per vinta e, giorno dopo giorno, continua a frequentare la palestra. Si mantiene miseramente lavorando come cameriera, ma la povertà e la fatica non la spaventano. Viene dal nulla  da cui cerca di fuggire.

La sua determinazione convince Frankie che accetta di insegnarle tutto ciò che c’è da sapere. Giorni di dura fatica, uno dietro l’altro fino ai primi incontri che ne rivelano il talento. Anne s’impone nelle categorie inferiori sconfiggendo ogni avversaria. Di categoria in categoria, il suo nome è il richiamo di ogni incontro di boxe e, infine, giunge il momento della grande sfida per il titolo mondiale. Un milione di dollari, 50 a 50, ma Frankie non sembra del tutto convinto. La detentrice è un’avversaria scorretta, un’assassina che il pubblico ama proprio per la sua violenza senza regole.

Las Vegas  è il luogo della sfida e la folla degli spettatori si esalta ai pugni dell’una e dell’altra. Anne sembra avere la meglio, ma l’avversaria non ci sta e la colpisce quando il gong ha già segnalato la fine della ripresa. Anne cade violentemente a terra, sbattendo il collo sullo sgabello che Frankie ha appena appoggiato nell’angolo.

La tragedia si compie con quel pugno e la storia non lascia scampo. Tutti noi siamo chiamati a scegliere tra la vita - quella vita - e la morte e la riflessione carica di angoscia di Frankie “ E’ a me che lo ha chiesto, non a Dio”  va diritta alle nostre coscienze e imprigiona i nostri cuori.

 




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10 ottobre 2004

28 giorni dopo di Danny Boyle.

                                             

Londra. Jim esce dal coma dopo 28 giorni, ma l’ospedale dove è ricoverato è vuoto. Né pazienti, né medici, né infermieri. Le vie di Londra sono assolutamente deserte e Jim le attraversa in un silenzio spettrale. Urla, chiede aiuto, ma nessuno risponde. Solo la prima pagina di un giornale che grida a titoli grandi EVACUAZIONE gli rivela uno sprazzo di verità.

Verità che si materializza orribilmente, quando tra le navate di una chiesa si trova di fronte a decine e decine di uomini e donne morti. Confuso, incapace di capire, è improvvisamente circondato da tre o quattro uomini inferociti, con gli occhi di fuoco,che si muovono barcollando e gemono come cani rabbiosi. A stento riesce a fuggire e, appena fuori, nella via su cui è calato il buio della notte, viene salvato da Selena, una donna nera, e da  Brian.

Scopre così che un virus misterioso ha contagiato tutta la popolazione di Londra e dell’intera Inghilterra e che gli infetti sono violenti e aggrediscono chi ancora non lo è. Il sangue e la saliva sono ugualmente pericolosi e una volta colpiti non restano che dieci o venti secondi prima che il contagio si diffonda in tutto il corpo Non esiste più il Governo, l’esercito si è dissolto, le tv e le radio non trasmettono ormai da giorni, la metropolitana è ferma, non funziona niente, la città è morta. 

“ Possiamo solo cercare di sopravvivere” afferma Selena “ uccidendo immediatamente l’infetto, anche se è tua madre” E, infatti, quando Brian viene aggredito, Selena non esita e gli spara.

Jim e Selena ora sono soli, vagano per la città fino a quando incontrano Frank e sua figlia Hannah.

Vivono praticamente chiusi nel loro appartamento, ma non sono al sicuro. Gli infetti sentono che sono lì e cercano di attaccarli quasi ogni giorno. L’unica speranza di salvezza è legata a un messaggio radio che Frank ha captato e che invita i superstiti a raggiungere una località a 26 miglia a ovest di Manchester dove un manipoli di soldati può assicurare cibo e protezione.

Frank ha il suo taxi nero e alla fine anche Selena si lascia convincere a tentare la fuga dalla città.

Raggiungono il luogo indicato, il blocco 42….

Straordinariamente da qui, la storia si trasforma, prende una nuova forza, si carica di un significato che prima era rimasto nascosto nelle pieghe dell’horror. L’occhio del regista si sposta sulla natura dell’uomo, non l’uomo infetto, ma di quel manipolo di soldati che al comando del loro capitano si sono rintanati all’interno di una villa circondata da alte mura. E la rivelazione è drammatica.

Portatori di salvezza per i quattro superstiti, si rivelano ben presto incapaci di dominare i loro istinti.

Sono giovani, vivono assediati, da  settimane non hanno più visto una donna e la presenza di Selena e di Hannah li scatena. Il capitano non vuole intervenire, non li ferma, le due ragazze sono per i suoi uomini non solo la soddisfazione immediata dell’istinto sessuale, ma la speranza che ce la possono fare, che la vita continua…..

Mi fermo, non voglio svelare il modo in cui Danny Boyle ha scelto di concludere il suo lavoro.

Un’annotazione personale: angosciante la lunga sequenza iniziale in cui Jim vaga per le strade deserte di Londra. Immagini stupende, evocatrici di una tragedia che, anche se  indefinita nei suoi contorni, di tanto in tanto fa senz’altro capolino nei nostri pensieri.




permalink | inviato da il 10/10/2004 alle 17:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

26 settembre 2004

Gardenia Blu di Fritz Lang.

   

Splendida fotografia in bianco e nero di Pasquale Musuraca per questo film di Fritz Lang che racconta la storia di un assassinio in una Los Angeles straordinariamente grigia e piovosa.

E’ notte, l’insegna del Cronichle lampeggia sullo sfondo mentre Norah avanza nell’ufficio buio di Casey Mayo. E’ l’incontro tra il giornalista che indaga sull’assassinio di Fred, squallido dongiovanni senz’anima e la donna che viene ricercata. E’ l’incontro che apre il varco verso la soluzione del caso anche se Norah, stordita dalla paura, non si rivela, ma si presenta come l’amica che ha raccolto il segreto.

Norah non è l’assassina, ma ricorda poco di quello che è accaduto alcune sere prima e dubita di se stessa. La sua memoria vacilla offuscata dall’alcool e dal sonnifero che Fred le ha somministrato di nascosto e non sa se ha effettivamente brandito l’attizzatoio colpendolo alla testa. Nella sua mente confusa, il prima e il dopo non si legano, c’è un tempo d’incoscienza che non riesce a colmare. Sa soltanto che  si è risvegliata  sdraiata sul pavimento del salotto, Fred era morto vicino al giradischi che ancora suonava una canzone.

Scappando ha lasciato dietro di sé tre indizi che l’accusano: una gardenia con il gambo rotto, un fazzolettino bianco macchiato di sangue e un paio di scarpe di camoscio.

 

La vicenda si dipana seguendo la struttura classica del giallo: Norah è arrestata dalla polizia che non le crede ed è già in carcere quando Mayo scopre un particolare a cui nessuno aveva fatto caso e trova la vera colpevole.

Il film del 1953 ha il pregio di evocare un’epoca reale e cinematografica che è ormai del tutto scomparsa e merita la nostra attenzione. Tuttavia, se paragonato al romanzo da cui è stato tratto, Gardenia di Vera Caspery, non ha la stessa forza nella costruzione della trama, nella descrizione psicologica dei personaggi e, soprattutto, nella definizione del carattere smarrito di Norah, la protagonista.




permalink | inviato da il 26/9/2004 alle 17:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

13 settembre 2004

Elephant di Gus Van Sant.

An ordinary  high schoolday. Except that it’s not

 

Portland, Oregon. In una mattina di autunno, gli adolescenti Alex ed Eric scatenano le loro frustrazioni e con folle lucidità fanno irruzione nella scuola sparando a raffica sui compagni e sugli insegnanti.

Sono carichi di armi automatiche ordinate sul sito GUN USA e consegnate a domicilio. Una storia tragica che si ripete e che già altre volte è stata raccontata dal cinema americano. Anche da Michael Moore  con Bowling a Colombine e da Jill Savit e Guy Ferland con Bang bang, sei morto.

Ma Elephant si distingue per la struttura narrativa. Non c’è trama, la vicenda si riduce all’essenziale, è quasi inesistente. Il regista conduce l’obiettivo della macchina da presa nel labirinto di aule, palestra, mensa e corridoi di questa immensa high school e, tra tutti gli studenti, sceglie di seguirne alcuni nella loro giornata di studio.

Conosciamo John, Elias, Michelle, Nathan e Carrie e pochi altri, scoprendoli lentamente attraverso l’uso prolungato delle immagini in piani sequenza.. Immagini mute o scarsamente dialogate che acuiscono l’aspettativa.

John ha un padre quasi sempre ubriaco, Elias è appassionato di fotografia, Michelle, timida e bruttina, vive ai margini del gruppo, Nathan e Carrie si piacciono. Gli adulti, Preside e Insegnanti rimangono sullo sfondo.

Solo ad Alex ed Eric, il regista dedica sequenze più complesse. Li colloca anche al di fuori della scuola, strappa, anche se in modo appena accennato, il velo sui difficili rapporti con i genitori e sulla loro rabbia che gradualmente, quasi sommessamente, prende forma.

Sulle note di Per Elisa, suonata al piano dallo stesso Alex, si prepara l’attacco omicida che deve riscattarli, mondarli dalle umiliazioni subite.

Ma Alex ed Eric non sono uguali, e, quando il compagno non serve più, Alex lo uccide freddamente con lo stesso fucile con il quale ha sterminato gli altri.

La fine non ha riscatto, la speranza muore nella cella frigorifera delle cucine dove Alex spara a Nathan e Carrie che vi si erano rifugiati.

 

 




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1 agosto 2004

Bang bang, sei morto.


Bang bang, sei morto è un film in cui mi sono imbattuta per caso in questa prima caldissima domenica agostana.


Trevor Adam è un giovane liceale americano che vive ai margini dell’eterogenea galassia studentesca. Non fa parte di alcun gruppo, ma ne subisce le angherie. Quando gli atleti della squadra di football vogliono costringerlo a festeggiare con loro l’imminente vittoria del campionato, Trevor si rifiuta. Da allora, gli scherzi diventano più pesanti e il ragazzo si ribella. Comincia a nutrire sentimenti d’odio che infine sfociano in un atto di intimidazione: costruisce una bomba a salve che fa esplodere contro il gruppo degli atleti. Da quel momento viene considerato un elemento a rischio, è soprannominato il bombarolo e molti lo evitano. Solo tre studenti del gruppo dei Trogs lo avvicinano e lo introducono nel loro mondo fatto di nascondigli segreti nel bosco, di armi con le quali si esercitano a sparare e si preparano a entrare in azione contro insegnanti e  compagni. Sono dei ragazzi difficili, a loro volta emarginati, con storie familiari controverse e affascinano Trevor che si sente sempre più solo. L’unico adulto che non percepisce contro è Val, il giovane professore di teatro che riesce a coinvolgerlo nell’allestimento della piece intitolata Bang bang, sei morto. Trevor interpreta la parte principale del ragazzo assassino dei genitori e dei compagni di scuola e, in qualche modo questo confrontarsi con un personaggio che gli assomiglia pericolosamente, lo aiuta. Non voglio svelare altro della trama per non togliere a nessuno il piacere della scoperta.


Aggiungo che è un film certamente minore ma che affronta con sincerità un tema scabroso come quello della violenza giovanile nella realtà sociale della provincia americana. E per questo, nel film si fa un rapido accenno alle stragi che non infrequentemente insanguinano le High school, prima fra tutte quella di Colombine.


Mi interessa concludere sottolineando che la sceneggiatura originale di Bang bang, sei morto, Bang bang, you’re dead di William Mastrosimone è scaricabile da Internet (bangbangyouredead.com) e che dal 1999 ad oggi è una delle rappresentazioni teatrali annuali di molte scuole superiori americane.


 




permalink | inviato da il 1/8/2004 alle 23:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa
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