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24 luglio 2006

Appunti di viaggio.


Una, due, tre...sono tantissime le cicogne che volano nel cielo di Munster e fanno il nido sui tetti delle case e della chiesa che s'affacciano sulla piazza.
Attraggono improvvisamente la nostra attenzione – Marco e io rimaniamo con il naso all'insù - con il battito ritmico del lungo becco.
Sono tornate in questo paesino dell'Alsazia meridionale ai piedi dei Vosgi dopo anni di abbandono e attualmente le coppie censite sul territorio sono più di duecento.
Sono maestose lassù nella trasparenza azzurra del cielo e l'occhio non si stanca di ammirarle nella loro eleganza bianca macchiata di nero.
I nidi che hanno costruito sono immensi e si stenta a credere che possano resistere a lungo sulla sommità dei tetti spioventi tipici delle case alsaziane. Ci stupiscono per il loro incredibile ma perfetto equilibrio!
Superbe e slanciate spiccano il volo aprendo le ali o rimangono in attesa del compagno scrutando curiose la lontananza.
Uno spettacolo meraviglioso che si ripete in altri borghi e che rallegra il cuore.






permalink | inviato da il 24/7/2006 alle 16:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

22 luglio 2006

Ritorno a casa.


Sono appena tornata dalle vacanze. Dieci giorni vissuti intensamente tra natura e cultura con emozioni attese e scoperte improvvise di cui varrà la pena di dire.
Ora, però, sono alle prese con le valigie da disfare e con mille piccole cose da ordinare e ho solo il tempo di un saluto e di un giro veloce per la blogsfera.
Ho già visto che avete scritto tantissimo su tutto e spero di riprendere il filo dei vostri discorsi.





permalink | inviato da il 22/7/2006 alle 14:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa

25 aprile 2005

Giovanni Boldini: il genio, Parigi, le donne.



Le donne di Giovanni Boldini sono straordinariamente raffinate nella loro bellezza. Le ho ammirate ieri visitando la mostra Boldini: il genio, Parigi, le donne a Padova, Palazzo Zabarella.

Mi sono piaciute tutte, veramente, e mi è difficile sceglierne una fra tante.

Allora mi lascio guidare dalle parole di Colette e mi soffermo sui ritratti di Emiliana Concha de ossa del 1888 e di una signora in bianco dell’anno successivo. Sono due pastelli di grandi dimensioni dove l’immagine si realizza attraverso un colore chiaro accentuato, per contrasto, dalla presenza di qualche tocco di nero.

A proposito di questi dipinti che Boldini ebbe l’onore di presentare all’Esposizione Universale di Parigi del 1889, la scrittrice francese scrisse:” bianchi di crema, di neve, di carta lucida, di metallo nuovo, i bianchi degli abissi e dei confetti, i bianchi esasperati.”

Effettivamente, lo sguardo quasi si smarrisce nel bianco degli abiti, della pelle candida delle due donne, dello sfondo indistinto che le accompagna.

Accanto ai due quadri, va assolutamente accostato il ritratto Donna in nero che guarda il pastello bianco, 1889, in quanto è la testimonianza che Boldini aveva compreso l’importanza del ritratto a Emiliana Concha de ossa come chiave di volta del suo stile pittorico.

Concludo queste brevi note, accennando al ritratto “ Fanciulla con gatto nero “ che Boldini dipinse alcuni anni prima intorno al 1883. E’ semplicemente delizioso per me che adoro i gatti. Come non innamorarsi di questo paffuto gatto dal lucido pelo nero che sgrana gli occhi e quasi si mette in posa stretto tra le braccia della sua giovanissima padrona? Il contrasto tra i colori, il nero e il rosso dello sfondo, colma gli occhi e regala un’immagine di tranquilla felicità.

 

 




permalink | inviato da il 25/4/2005 alle 18:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

1 aprile 2005

Ch'ol.

  La mitologia ch’ol, come le altre immagino, tutte figlie della cultura Maya, non possiede dèi voluttuosi, come i nostri predecessori greci o romani. Allora si può ben capire come mai la sofferenza abbia avuto da sempre un ruolo centrale. E come si fa a spezzarlo se nell’immaginario collettivo non esiste un Apollo o un’Afrodite che preparino la strada, legittimando l’idea del piacere?

da Quel che c’è nel mio cuore di Marcela Serrano.


Con queste parole, Camila racconta la condizione di vita del popolo ch’ol, ma soprattutto della donna.

La vita è sopravvivenza, scandita dai ritmi della natura, dal passaggio delle stagioni, dalla caduta delle piogge e dal sorgere del sole, dalla crescita del mais.

La vita è sofferenza, non esiste il piacere per il piacere e la donna in particolare si fa carico di questa esistenza senza speranza.

Quando la donna ch’ol  si sposa, sempre giovanissima, va a finire sotto la mano dell’uomo, sottolinea Luciano.

La donna ch’ol non ha diritto alla terra, se rimane vedova o non si sposa, non mangia.

Solo un figlio maschio può rappresentare la salvezza della madre.




permalink | inviato da il 1/4/2005 alle 17:18 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

29 marzo 2005

Treni a vapore.

                       

Alla ricerca di immagini, mi sono imbattuta in questa bellissima foto in bianco e nero. Un treno a vapore che corre verso una piccola stazione. Mi ha incantato, riportandomi alla mia prima infanzia, quando ancora, al mattino verso le nove, la corsa da Lucca ad Aulla era effettuata da un treno a vapore.
La locomotiva splendidamente nera si annunciava in fondo alla curva, all’altezza di Via delle File, con il suo pennacchio bianco di fumo e procedeva maestosa tra sbuffi e squilli e, infine, stridori di freni. Il capotreno saltava giù dalla prima delle due carrozze, attendeva che i passeggeri fossero saliti e scesi e scambiava un segno di assenso con il capostazione già pronto con la paletta verde.

I sedili erano di legno chiaro, duri e scomodi, e nell’aria aleggiava l’odore di carbone che stuzzicava le narici. Racchiudeva un mondo che già allora non esisteva più, se non ai margini della provincia, e che da lì a poco sarebbe del tutto scomparso. Alla sua guida, il conducente con il berretto a visiera e, alla caldaia, due uomini sudati e sporchi di fuliggine, che il futuro avrebbe presto spazzato via come inutili e avrebbe senza rimorso dimenticati.

Quel treno a vapore era il senso delle cose passate, lento, ma affidabile; non ti portava in terre straniere, ma solo al confine della Garfagnana, conosciuta da generazioni, su lungo il corso del fiume Serchio, attraversando paesi dai nomi familiari come Gallicano, Fosciandora, Castelnuovo, Ponte Cosi, Gramolazzo sulle sponde del lago a ridosso delle Alpi Apuane.

Il ricordo è lontano negli anni di bambina, ma ugualmente forte nella memoria.

Il tempo che corre implacabile molto fa dimenticare, ma non può nulla contro la persistenza di quella traccia di fanciullo che è in noi.




permalink | inviato da il 29/3/2005 alle 15:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa

8 gennaio 2005

Ricordi che affiorano.


Amo da sempre le terre bagnate dai fiumi: sono nata e ho vissuto a lungo in un piccolo paese aggrappato alla riva sinistra del Serchio, assai caro a Giuseppe Ungaretti, ho studiato a Pisa dove l’Arno si avvicina al mare, ora abito a pochi passi dal Secchia che più in là si getta nel Po.

Il fiume alimenta la vita, dà vigore ai pensieri, smussa le scontrosità, rende più dolce il cammino. Sostare sulle sue rive e guardare scorrere le acque mi infonde una lenta serenità nell’animo che si allarga senza fine in cerchi concentrici. Allora i battiti del mio cuore sono scanditi dal rumore monotono e continuo di quella corsa tra i ciotoli. Quando le acque sgorgano impetuose tra i sassi, quando trovano ostacoli tra le strettoie delle gole, provo un sentimento eccitato di fronte al rivelarsi di quella forza che avanza. Se la piena si fa pericolosa, cresce un moto di paura, ma l’amore per il fiume rimane.

Ricordo i bagni gelati nelle pozze della Lima, nei mesi estivi della mia infanzia. Erano vere prove di coraggio che facevamo a gara tra noi e, quando riaffioravamo, la pelle era talmente rabbrividita che il sole di agosto non riusciva a scaldarci del tutto. Ma ci divertivamo e trascorrevamo sul fiume gran parte delle ore pomeridiane. Tornavamo a casa con i capelli ancora fradici e i vestiti un po’ sbrindellati.
Un giorno, risalendo lungo il viottolo, volli  prendere la scorciatoia sulla scarpata di ghiaia e mi ritrovai in una situazione ridicola. Aggrappata mani e piedi a radici che spuntavano tra i sassi, non avevo più la forza di salire e, d’altra parte, non volevo tornare indietro, facendo una pessima figura con tutti gli altri del gruppo. In particolare, con quel ragazzino nuovo che mi sembrava molto simpatico. Mi imposi di resistere, di non guardare giù verso il fiume che mi stava dando un senso di vertigine e, passo dopo passo, arrancai fino alla sommità. Ricordo ancora che il sollievo di essere sana e salva fu straordinario e che le gambe mi tremavano come fragili foglie. La sorpresa si rivelò quando, cercando di pulirmi alla meglio, vidi che i jeans erano sdruciti all’altezza del ginocchio destro. Che fare? Senz’altro mia madre se ne sarebbe accorta e non avrebbe smesso più di lamentarsi che sembravo, anzi ero, un maschiaccio!

A distanza di un’eternità, penso che non avesse tutti i torti. Da piccola detestavo bambole, gonne, giochi da bambina e preferivo di gran lunga scorrazzare fuori all’aria aperta, girare in bicicletta in comodi pantaloni e scarpe da ginnastica, giocare a tennis, correre a perdifiato

D’estate, non trascorrevo un’ora più del necessario in casa e, solo quando il buio della sera mi costringeva a rientrare, mi acquietavo. Leggevo qualche pagina di un libro, soprattutto le storie di Tommy River, il cow-boy generoso di Mino Milani, di cui sono stata follemente innamorata per anni.

Quei volumi rilegati, insieme a I ragazzi della Via Pal, a Cuore e a qualche raccolta di fiabe e racconti, fanno ancora bella mostra di sé su un ripiano della libreria della casa in Toscana. Testimoni di un’età diversa, forse non del tutto felice – ma chi può dire di essere felice senza un forse a mitigarne la certezza? -  che riaffiora sempre più spesso dal passato e dà vita a ricordi che a lungo apparivano sbiaditi e invece hanno ancora una loro forza indomita.




permalink | inviato da il 8/1/2005 alle 17:47 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa

20 dicembre 2004

Per dirti t'amo.

                                       

Avrei voluto dedicarti una canzone
con le parole della televisione
tutti quei fiori e quei discorsi complicati
che al cine fanno nei locali raffinati.
Ma mi sembra di commettere un reato
perché per dirti che sono innamorato
perché per dirti cosa penso in fondo al cuore
non c'è motivo che mi finga un grande attore.
Per dirti t'amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.
Non voglio chiuderti in nessun mondo fatato
e non ho voglia di tornare nel passato
io so, potremmo avere il mondo nelle mani
se siamo forti e fiduciosi nel domani.
Avremo un posto dove andare a lavorare
e avremo figli da allevare e da curare
e tanto amore tanta gente come noi
e avremo un mondo, un mondo nuovo intorno a noi.
Per dirti t'amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.
La vera vita non si alleva in una serra,
chiedo il tuo amore, che è nutrito dalla terra,
perché è cresciuto con la pioggia e con il sole
e sa capire anche queste mie parole.
Per dirti t'amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.



Pierangelo Bertoli è stato uno splendido uomo che ha affrontato a muso duro l’asprezza dell’esistenza, ma non ha mai rinunciato a coglierne la dolcezza. Nelle sue canzoni ha parlato della sofferenza, dell’ingiustizia, dell’incertezza della vita, ma anche dell’amore e della speranza. Lo ricordo a spasso per le strade della città, da solo o in compagnia della moglie  e dei figli, su quella sedia a rotelle che lo portava ovunque. Sotto i portici, tra le amate viuzze di Rocca dove ritrovava tutto se stesso, lungo Viale della Pace.Per alcuni anni siamo stati vicini di casa e, sebbene non lo conoscessi personalmente, la sua figura mi era familiare. Passava sotto le mie finestre e qualche verso di una sua canzone si librava magicamente nell’aria.


Amo tutte le sue canzoni che raccontano la vita rivelandola in tutta la sua magnifica e terribile bellezza.


Mi è difficile scegliere tra Eppure soffia, C’era un tempo, La bala, Rocca blues e tutte le altre, ma le parole di Per dirti t’amo mi regalano un’emozione struggente che non svanisce con il tacere della musica. S’aggrappano al cuore.






permalink | inviato da il 20/12/2004 alle 23:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

6 dicembre 2004

Quattro passi per l'Esquilino.

                                                   

Roma, sabato mattina. Sotto la leggera pioggerellina che cade tenace da più di un’ora, al riparo di un ombrello di fortuna striminzito e sbilenco comprato per tre euro dall’ambulante all’angolo di Piazza Vittorio, Marco e io ci aggiriamo nel quartiere dell’Esquilino tra i negozi cinesi di abbigliamento. Sono vuoti, nessun cliente che guarda, che prova, che compra. Gli abiti sono appesi sulle rastrelliere o indossati da alcuni smunti manichini, ma, sebbene sgargianti nei loro colori, sembrano dei pesci senza vita.

A mano a mano che ci avviciniamo al mercato coperto, i cinesi si mescolano agli altri extracomunitari in una esplosione multietnica di suoni, di voci, di colori, di odori.  

Sulla porta d’ingresso, accovacciata sui talloni vicino allo stipite, c’è un’adolescente dai tratti zingari. Capelli lunghi neri, occhi lucidi nel bel  volto dalla carnagione scura.  Litiga con un giovane marocchino che è dietro il primo banco del pesce. Il ragazzo, per la verità, la sta prendendo in giro perché, con la mano distesa da più di un’ora a chiedere l’elemosina, non ha raccolto che cinquanta centesimi. Anche l’ultimo passante le ha dato uno sguardo distratto senza lasciarle niente. Il giovane  sembra proprio divertito e le dice che non deve aspettarsi molto di più

“ In fin dei conti ”  continua in modo arrogante “ sei una zingara! Ma che vuoi?”

 Improvvisa come una saetta giunge la risposta della ragazza

“ E tu sei solo un marocchino!” accompagnata da uno sputo di disprezzo.

Allungo i miei pochi centesimi nel suo palmo aperto e mi allontano tra i banchi di frutta e verdura, mentre alle mie spalle le loro voci non smettono di battagliare.

 




permalink | inviato da il 6/12/2004 alle 17:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

29 novembre 2004

Nebbia e pioggia.

                                 

Pomeriggio di fine Novembre con la nebbia spessa che avvolge la casa. E’ calata improvvisamente come un sipario bianco a nascondere le cose. Pochissime ombre si affrettano nella strada e i rumori si acquietano.

Un pomeriggio che trascorre pigro e solitario senza l’urgenza che spinge ad andare, a fare. Così le ore si dipanano lente, quasi indugiano e sembrano dilatarsi. Anche i gesti consueti, oggi, hanno un ritmo diverso, più leggero e piacevole.

Eppure al di là dei vetri della finestra, la giornata è carica di malinconia: la nebbia si è sciolta nella pioggia che ora cade insistente e silenziosa. Ma non importa, la mia tranquilla disposizione d’animo,veramente insolita, supera anche i crucci del tempo. Anzi, la nebbia e la pioggia assecondano questa voglia di perdermi nelle mie attività predilette.

Leggo, ascolto in po’ di musica, sgranocchio qualche dolcetto, mi lancio all’inseguimento di Alessandro Magno tra le pianure riarse dal sole e le montagne sconvolte dai ghiacci. La sua storia è affascinante, una vita breve che ha incantato il mondo.

Ma, senza volerlo, l’occhio sfiora il pacco di temi  appoggiato sul tavolino. Per un attimo sono colta dall’immancabile riflesso dell’insegnante responsabile e tamburina.. La mano corre subito alla penna rossa, rimane sospesa per qualche secondo e, infine, si ritrae.

Questo pomeriggio, che è sbucato fuori come un regalo inatteso, è tutto per me.

Torno con gioiosa decisione a gettarmi sulle orme del Macedone che è lì, a Siwa, al tempio di Ammone, a ricevere “ rivelazioni  segrete e ineffabili”.


 




permalink | inviato da il 29/11/2004 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

21 novembre 2004

ACTION PAINTING.

                           



Quando nel 1942, Peggy Guggenheim torna a New York dopo gli anni trascorsi in Europa apre la galleria Art of this century dedicata all’arte astratta e surrealista favorendo così il lavoro di un gruppo di artisti tra cui Jackson Pollock, Clifford Still, Hans Hofmann, Mark Rothko, William Baziotes, Sam Francis.

Nasce con loro il movimento dell’Action Painting che rappresenta il vertice dell’arte astratta americana.

Alcune opere di questi pittori insieme a quelle di William Congdon, di Adolph Gottlieb e altri sono esposte  fino al 27 Febbraio 2005 al Foro Boario a Modena. Action painting. Arte Americana 1940-1970: dal disegno all’opera.

Ho visitato la mostra questo pomeriggio riportandone un’ottima impressione.

La donna luna di Jackson Pollock è il quadro che apre il percorso espositivo. Rosso, verde, azzurro, rosa, viola sono i colori che s’intrecciano sulla tela e accompagnano l’occhio al volto nero triangolare di donna.

Procedendo, Direzione fatto di quadrati, triangoli, ma anche linee curve, Foresta incantata, Il nido e Sforzo di uccello. Tutte opere che risalgono alla metà degli anni quaranta e che raccontano la loro vicinanza con il mondo degli Indiani d’America. Pollock sembra rifarsi alla loro mitologia nella scelta di immagini di animali che compongono anche i quadri più piccoli, quelli della serie Senza titolo.

Archetipi inconsci che il pittore cerca di portare alla luce  con l’aiuto della teoria analitica junghiana.

Nel 1944, in un’intervista rilasciata ad Howard Putzel, mercante d’arte californiano e collaboratore di Peggy Guggenheim, Pollock dichiara che l’inconscio è la sorgente dell’arte, che la pittura è la rappresentazione dell’io nascosto. “ Quando sono nel mio quadro, non sono cosciente di quel che faccio. Solo dopo una specie di “presa di coscienza” vedo ciò che ho fatto. Non ho paura di fare dei cambiamenti, di distruggere l’immagine, perché un quadro ha una vita propria”

Accanto a Pollock, i quadri di Sam Francis. Senza titolo in bianco e nero. Macchie nere su sfondo bianco, macchie nere a tracciare visi, macchie nere talvolta contrastate da un punto rosso incongruo, ma assolutamente necessario all’occhio di colui che guarda.

Ancora, i quadri bui di William Congdon. Un Mattino invernale fiocamente illuminato da un pallido sole che sovrasta la tela graffiata da pennellate scure. Una ragnatela di segni sul cui sfondo si intravedono i grattacieli della città.

E infine, altri Senza titolo, questi di Adolph Gottlieb. Di nuovo macchie, non solo nere, ma rosse, marroni tutte da ricreare nell’immaginazione. Lo stesso Gottlieb appartenente al gruppo degli Irascibili afferma che lo scopo dell’arte è “ la semplice espressione di un pensiero complesso.” e “ Oggigiorno, con le nostre aspirazioni ridotte al disperato tentativo di sfuggire il male, in un periodo di confusione, le nostre immagini sotterranee, ossessive, pittografiche sono espressione di una nevrosi che altro non è se non la nostra realtà.”






permalink | inviato da il 21/11/2004 alle 20:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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