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Freudiana
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4 gennaio 2005

Freudiana [5] Ieri notte.

 

Ho sognato mia madre. Sana, ma il suo volto appariva leggermente gonfio sotto l'occhio destro. E’ entrata in casa rapida e inaspettata.

Ormai non l’aspetto più da otto anni e la sua presenza mi ha sorpreso.

Non ha detto niente o quasi niente e io, comunque, non ricordo le sue poche parole, ma mi ha osservato a lungo. Anch’io sono rimasta in silenzio, confusa.

Ero lì che rimettevo in ordine vecchi libri e stavo cercando di rammentarne alcuni letti troppi anni fa, e lei mi guardava con quel suo bizzarro volto asimmetrico. Ho visto i suoi occhi fissi su di me, li ho sentiti prendermi in un abbraccio senza tocco.
Poi è sparita leggera come un’ombra.




permalink | inviato da il 4/1/2005 alle 18:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

12 novembre 2004

Notte strana.

                    

Notte strana, trascorsa tra il sonno e la veglia. Non inquieta, ma sospesa tra soventi risvegli.

Nel buio della stanza, le lancette dell’orologio s’affannano cieche, ora dopo ora.

Il breve sonno è popolato da mille frammenti di vita che si traducono in sogni fugaci.

Si affaccia furtiva un’immagine, si scompone e si ricompone obliquamente.

E’ un’anarchia di pensieri che scoppiano come fuochi d’artificio, colorati e assordanti.

Poco prima dell’alba, un dolore alla gamba, intenso e improvviso, arpiona  il tempo del sonno.  Squarcia la mente, poi si scioglie appena nella sua sofferenza.

La fisicità del dolore allontana il sogno indefinito nel labirinto della mente.

E lì, un’altra notte, lo ritroverò

 




permalink | inviato da il 12/11/2004 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

22 ottobre 2004

Freudiana [4]

 

Firenze, Piazzale Donatello, molti anni fa. Sono una bambina di undici, dodici anni che ama giocare all’aperto, ma la città non offre luoghi adatti. Da alcuni giorni sono ospite di una zia materna che ha i figli già  grandi, adolescenti che non perdono il loro  tempo con me. Mi annoio  e allora chiedo di poter scendere davanti casa, a girare in bicicletta sull’ampio marciapiede. Dopo tante domande e tanti no, il permesso mi viene accordato con le solite raccomandazioni.

Il traffico è intenso, le auto sopraggiungono dai Viali e percorrono il Piazzale, svoltando in Borgo Pinti o superando il Cimitero degli Inglesi che è chiuso dietro le cancellate di ferro. Mi ha sempre attratto, così raccolto, così privato con  le sue tombe che conservano corpi stranieri, di cittadini inglesi che hanno scelto Firenze prima e dopo la morte.

Devo dire che anche nell’età adulta, il richiamo di un cimitero sconosciuto è sempre forte. Specialmente di quelli che si affacciano improvvisi nel centro della città estere o che circondano una chiesetta. Passeggio tra le tombe, leggo le epigrafi e, se c’è qualche foto, cerco di immaginare la vita di quell’uomo o di quella donna che mi guardano con occhi allegri e spensierati o già tristi e pensierosi.

Ma torniamo alla bambina di allora.

Dopo qualche giro sul marciapiede ghiaioso, mi travolge la curiosità di andare a sbirciare al di là di quell’inferriata. Con la bici a mano, attraverso la strada facendo attenzione alle auto che schizzano veloci e non rispettano le strisce pedonali. Ora sono sulla rotonda che accoglie il cimitero e raggiungo il cancello che naturalmente è chiuso. Abbandono per terra la bicicletta e mi arrampico sul muro per vedere meglio. Le tombe sono di diversa fattura, alcune appaiono semplici altre più imponenti e maestose. Ma non riesco a scorgere granché. Cammino sul muro tondo tondo, cercando di strappare qualcosa a quelle iscrizioni in una lingua che non conosco bene. Lì, tra i sepolcri e i cipressi si aggirano alcuni gatti, signori di quel luogo di silenzio.

Voglio attirare l’attenzione del rosso e comincio il richiamo consueto con le labbra strette protese e la lingua tra i denti, ma quello, dopo uno sguardo indifferente, se ne va con la coda ritta e scompare. Già stufa, scendo dal muretto e torno sui miei passi verso la bici. Ma non è più lì per terra dove l’ho lasciata, bensì tra le mani di un signore che mi guarda con occhi grandi e acquosi  che non mi piacciono. Non mi piace il suo sguardo e non mi piace la sua voce quando mi parla. Mi chiede come mi chiamo, quanti anni ho, se mi sono persa, mi dice di non avere paura, che ora mi accompagnerà a casa………

Persa? Paura?  Non mi sono persa e non ho paura, almeno fino ad ora. Sono appena poco più che bambina, ma capisco che di quell’uomo non mi devo fidare. Dovrei attraversare la strada il più in fretta possibile e sparire nel portone di casa, però ha la mia bicicletta e, se torno senza, chi la sente la zia! Con il cuore che mi batte forte in petto, mi avvicino un po’, allungo la mano verso la bici, ma è un gesto stupido perché lui me la attanaglia con la destra. Prima che possa urlare, lascia cadere la bicicletta e mi tappa la bocca con la sinistra. Comincio a scalciare, ma  non riesco a colpirlo. Mentre mi sussurra parole che non comprendo, ma che accrescono il mio terrore, cerca di portarmi verso una piccola e anonima vettura parcheggiata lì sulla curva. So che cosa mi sta per capitare, tante volte la mamma mi ha raccomandato di non andare con gli sconosciuti e allora, con un’insospettabile forza, gli mordo la mano che mi copre ancora la bocca. Non è un morso doloroso, ma l’uomo lascia per un momento la presa e io ne approfitto. Scappo, mulinando le gambe freneticamente, ma non riesco a muovermi. Tra le ombre del sogno, mi vedo: sto arrancando in una sequenza infinita di movimenti inutili nella loro fissità. Continuo a correre a perdifiato, ma sono sempre lì, quasi immobile, mentre l’uomo è dietro che avanza, sento i suoi passi e un certo respiro rantoloso.

Improvvisamente, l’incantesimo si rompe, la mia corsa non è più incatenata e finalmente raggiungo il bordo del marciapiede…. Alla cieca, mi getto attraverso la strada…….

In lontananza, un eco nella mente, il suono lamentoso di una sirena e un bagliore rosso.




permalink | inviato da il 22/10/2004 alle 19:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (7) | Versione per la stampa

19 ottobre 2004

Sogni che si disperdono.

                              

Mi sveglio all’alba con una, due, tre voci sbiadite che sussurrano parole confuse.

Incomprensibili come la scena che sfuma dietro il velo della ritrovata consapevolezza.

Cerco di resistere alla sua luce che invade prepotente i confini del sonno e alzo deboli muraglie in difesa di ormai fragili frammenti di vita notturna.

Lotto per non disperderli, mi tengo aggrappata alla loro esile eco, ma la realtà ha il sopravvento e a niente serve prolungare la finzione.

E’ inutile rimandare il primo battito di ciglia.

Ormai sono sveglia, qui nel mio letto e le forme, che si stagliano nel grigio del primo mattino, non sono quelle che qualche attimo fa si agitavano in me.

Tento ancora, rincorro l’ultimo brandello fugace, uno squarcio nel velo impietoso, ma non colgo che ombre senza volto, mute e perdute per sempre.

 

Ormai irraggiungibili, lasciano una traccia di sé in quel vago sentir malinconico che accompagna le mie ore del giorno.

 




permalink | inviato da il 19/10/2004 alle 18:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

19 luglio 2004

Freudiana [ 3]

Frammento.  Non c’è una traccia di storia che introduce il sogno.  Sono io a nove o dieci anni, trecce nere e viso imbronciato. Mi dissolvo, lo schermo diventa bianco. Poi, sullo sfondo compare il profilo del crinale di una montagna, che sale e che scende ripidamente. Sembra quasi un disegno a fumetti. L’immagine diventa più chiara, lo zoom la rivela come un susseguirsi ininterrotto di monti elevati e incisi sulla sommità da un sentiero ampio, ma non asfaltato. E su questo sentiero, corre all’impazzata una camionetta ( militare ? ), su e giù in un incessante e ripetitivo percorso. Alla sua guida un uomo che non conosco, accanto a lui un altro sconosciuto. Io sono dietro, felice di quella pazza velocità e del vento che mi aggredisce. Poi, qualcosa cambia, comincio a provare un senso di disagio, i due uomini non mi parlano, è come se io non esistessi. Vorrei richiamare la loro attenzione, vorrei fermare quella sfrenata corsa. Mi guardo intorno, ma tutto sfuma nell’azzurro indifferente del cielo, non c’è niente altro: questa montagna, la camionetta che sfreccia inarrestabile, i due uomini muti e io che ho sempre più paura.




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16 luglio 2004

Freudiana [2]

La cittadina è sconosciuta, ma ha un aspetto piacevole. Le strade sono piene di gente e, sotto i portici ferve l’attività quotidiana. Sembra una cittadina emiliana, non molto grande, ma neppure piccola.

E’ giorno di mercato e la piazza principale risuona dei rumori e degli odori tipici. La maggior parte dei banchi è stracolma di frutta e di verdura e il colore dei pomodori fa a gara con quelli delle diverse insalate, le albicocche si pavoneggiano a fianco delle pesche. L’anguria aperta a metà sprigiona sensazioni di fresco zuccherino. I limoni portano con sé il profumo della terra bagnata dal mare.

Mi aggiro tra zucchini, peperoni, melanzane, assaggio un chicco d’uva già dolce.

Intorno visi sorridenti di uomini e di donne senza nome che si chiamano, si fermano, si salutano in quel dialetto che non comprendo del tutto, ma di cui ho imparato a riconoscere alcune parole.

Mi fermerei ancora a lungo, perché tutto è perfetto in quella ridda di voci, di suoni e di colori, ma  l’orologio della Torre Comunale ha segnato le dodici da un pezzo e i primi banchi già iniziano i preparativi per la chiusura. Anche per me è ora di tornare a casa per preparare il pranzo.

Lascio la piazza del mercato e m’inoltro per Via Buia, si chiama proprio così, che mi porterà al parcheggio dove ho lasciato l’auto. Ancora prima di arrivare, cerco le chiavi - è una mia vecchia abitudine quella di averle immediatamente a portata di mano -  apro la cerniera della borsa e le trovo subito con immenso sollievo. Non è facile al primo colpo nel guazzabuglio assurdo di quel pozzo di San Patrizio! In fondo alla via, si apre uno slargo. E’ qui che ho parcheggiato. Nella fila centrale di fronte al portone della chiesa romanica, ho il biglietto orario nella tasca della gonna. Mi avvicino, ma non la vedo. Possibile che mi sia sbagliata?  E’ strano. Ricordo bene di essermi ripetuta mentre mi allontanavo: “nella fila centrale di fronte al portone della chiesa”. Mi guardo intorno, controllo tutta la fila centrale avanti e indietro, ma invano. Con la borsa delle verdure che mi appesantisce, faccio il giro di tutto il parcheggio, ma non la trovo. Oh bella, mi dico, ma dove l’ho messa? Sono sicurissima di averla lasciata lì, ricordo perfino di averla incuneata tra una Fiat Punto blu e una rossa, ma, tanto per scrupolo, vado a dare un’occhiata nelle vie dintorno. Non c’è, non c’è, non c’è! File di macchine mi sfidano provocatoriamente mentre mi avvicino. Sembrano esserci proprio tutte, tranne la mia. Non mi sfiora neppure l’idea che possa essere stata rubata, so che non è così. Come lo so? Lo so e basta, lo sento. Mi allontano sempre più, percorro strade e stradine, poi, alla fine cedo. Sono stanca e mi sento strana. Mi guardo intorno e mi accorgo che sono sola. Soltanto un bel gatto rosso è acciambellato sul gradino in pietra di un negozio, all’apparenza abbandonato, di dischi. Torno indietro sui miei passi. Ma quali sono i passi che ho fatto per giungere fin qui? Dove sono? Non conosco più la via del ritorno. Le strade sono improvvisamente tutte uguali, abbastanza strette con i marciapiedi rovinati dal tempo e una ripetizione continua di case identiche, dalle finestre chiuse e prive di vita. Adesso cammino a passi più svelti, anche se non so dove andare, il respiro è affannato nel petto mentre vago alla cieca. Ad un angolo, scorgo un movimento furtivo, come un battito d’ali. Corro con tutta la forza che ho, ma, quando lo raggiungo, arrancando muta perché la voce si rompe in un rantolo asmatico, il deserto si apre davanti ai miei occhi. Sotto i portici, le botteghe sono sprangate e nessuno si aggira nell’ombra o nel sole. Solo io con il mio grido strozzato e le chiavi di quella maledetta macchina in mano.

 

 




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15 luglio 2004

Freudiana [1]

Sono una ragazzina di dodici o tredici anni. Come ogni mattina, mi preparo per la scuola. La cartella è già pronta perché sono giudiziosa, ma controllo che ci sia anche il quaderno nuovo di matematica. Scendo in cucina a fare colazione. Mangio una fetta di pane imburrato e bevo un sorso di latte che non mi piace granché. Mentre esco di casa, ripasso mentalmente la lezione di storia. Suono il campanello di Paola e insieme ci avviamo. Risaliamo viale Cesare Battisti e svoltiamo a sinistra lungo Via della Repubblica. Sono quasi le otto e la strada è già piena di vita. Molti negozi sono aperti e uomini, donne, impiegati e operai si affrettano al lavoro in fabbrica. Cammino chiacchierando del più e del meno, quando mi assale un senso di ansia che, passo dopo passo, si trasforma in angoscia. Lo so che anche questa volta sta per accadere, ma non voglio guardare. Non voglio e resisto, ma poi, ineluttabilmente, di fronte al negozio di frutta e verdura di zia Zelandina, l’impulso a sapere è così violento che non posso arrestarlo. Mi guardo i piedi e la rivelazione, benché temuta, è sconvolgente: i piedi non ci sono più. Al loro posto si agitano delle zampe dalle unghie rapaci.




permalink | inviato da il 15/7/2004 alle 22:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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