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16 ottobre 2005

16 Ottobre 1943

                           

La persecuzione si abbatte sugli ebrei di Roma con la razzia di 50 chilogrammi d’oro e la cattura, all’alba del 16 Ottobre 1943, di 1022 persone.

Uomini e donne strappati alla vita, invagonati e deportati ad Auschwitz: 839 saranno eliminati subito nelle camere a gas di Birkenau, gli altri moriranno nei lunghi, atroci mesi mesi prima della liberazione del campo di sterminio, il 27 Gennaio 1945.

Solo 17 riusciranno a sopravvivere.

Non dimentichiamo che questo fatto tragico è avvenuto poco più di sessanta anni fa dentro la nostra casa.




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12 ottobre 2005

Le divine pietanze.

Saperi e sapori delle tradizioni sefardita e askenazita si sono intrecciati nella cena ebraica proposta dall’Associazione Culturale QOL di Novellara, Reggio Emilia.

Una cena che è stata un’occasione per scoprire piatti sconosciuti, gusti inconsueti e per riflettere insieme al professore Giampaolo Anderlini sulle norme alimentari ebraiche.

 

Il cibo è un elemento fondamentale nella vita dell’uomo in quanto lo libera dalle esigenze del corpo, permettendogli di dedicarsi alla ricerca spirituale e conducendolo a Dio.

Nella Torà, data all’uomo sul monte Sinài, molti sono i precetti alimentari che separano coloro che li seguiranno dagli altri uomini. Questa separazione ha in sé il significato dell’appartenenza e conduce alla definizione dell’identità ebraica.

 

Seguire le numerose mitzvoth che distinguono il puro dall’impuro vuol dire percorrere un cammino di santità e di fedeltà che porta, boccone dopo boccone, a Dio.

Questi precetti non vanno sentiti come una limitazione della libertà umana, ma come una vicinanza alla volontà divina.

L’uomo può mangiare quasi tutti gli animali viventi sulla terra, nel cielo e nel mare, ma si deve astenere da alcuni.

Non serve a niente chiedersi perché alcuni animali sono considerati impuri: i precetti, infatti, assumono valore non in relazione al loro contenuto, ma perché sono ordini che vengono dalla bocca del Santo benedetto egli sia.

Le limitazioni alimentari rientrano nei 613 precetti che conducono a Dio lungo il percorso dell’obbedienza e del completo abbandono al suo volere; non è un cammino etico per il quale non ci sarebbe stato bisogno della rivelazione sul Sinài, ma un’assoluta fedeltà alla parola del Santo benedetto egli sia.




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7 dicembre 2004

Hanukkah, la festa delle luci.

Hanukkah è la festa che cade nel solstizio d’inverno, nel mese di Kislev. Dura otto giorni durante i quali si può lavorare liberamente. Quest’anno va dall’otto al quindici Dicembre corrispondenti al 25 di Kislev e al 3 di Tevèt

Questa festa ricorda la vittoria dei Maccabei sui soldati di Antioco Epifane di Siria nel 168 a. E.V.

Una volta liberi di tornare al proprio culto, nel 165 a.E.V., gli ebrei vollero riconsacrare il Tempio, ma al suo interno trovarono solo un’ampolla d’olio. Miracolosamente questa ampolla durò ben otto giorni, il tempo necessario per preparare altro olio puro.

I maestri del Talmud stabilirono che sia la ritrovata libertà sia il miracolo dell’olio dovevano essere ricordati con otto giorni di festa.

Ogni anno ad Hanukkak, alla sera, sono accese le candele. La prima sera, una candela, la seconda, due e così via fino all’ottavo giorno quando sono accese tutte. Il candelabro ( chanukkà) che le sostiene ha otto bracci più un nono che serve a sostenere lo shammash ovvero il servitore.

Non essendo una festa che trae le proprie origini nel testo biblico, presenta una liturgia  leggera incentrata sulla lettura del Salmo 30.

Hanukkah è una festa molto cara ai bambini e nelle sue sere è consuetudine giocare a dreidel, una trottola che sulle sue facce porta inciso l’acronimo E’ avvenuto un grande prodigio.

 




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27 novembre 2004

Midrash.

Una volta mentre camminavo in una buia notte vidi un cieco che aveva in mano una torcia. Gli chiesi: " Perché hai in mano questa torcia?" Rispose: "Finché ho la torcia in mano la gente può vedermi e aiutarmi"
(Rabbi Josè, Meghillà 24b)




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4 ottobre 2004

La festa delle Capanne.


Nel mese di Tishri, settembre-ottobre, dopo Rosh-ha-shana e Yom Kippur. il calendario ebraico segna la festa della capanne, Sukkot.

Ricorda il passaggio degli Ebrei nel deserto, dopo la fuga dall’Egitto e per questo, ogni ebreo osservante deve costruirsi una capanna di frasche nella quale abitare e soprattutto consumare i pasti nei sette giorni di solennità per far memoria delle sofferenze patite dai padri.

Ai giorni nostri, la capanna viene costruita nella Sinagoga, ma può anche essere preparata semplicemente sul terrazzo di casa.

Sukkot è una solennità che si allaccia al ciclo della natura con i frutti di stagione in primo piano.


E’ una delle tre antiche feste di pellegrinaggio a Gerusalemme. In questi giorni, come in quelli di Pesach , la Pasqua ebraica e di Shavu’òt, delle settimane, gli ebrei da ogni angolo di Israele si recavano al Tempio portando doni, sacrifici e oblazioni.

 

In Lv 23, 39 e seguenti si legge. “ Ora il quindici del settimo mese, quando avrete raccolto i frutti della terra, celebrerete una festa al Signore per sette giorni; il primo giorno sarà di assoluto riposo e così l’ottavo giorno. Il primo giorno prenderete frutti degli alberi migliori: rami di palma, rami con dense foglie e salici di torrente e gioirete davanti al Signore vostro Dio per sette giorni……..Dimorerete in capanne per sette giorni; tutti i cittadini di Israele dimoreranno in capanne, perché i vostri discendenti sappiano che io ho fatto dimorare in capanne gli Israeliti, quando Dio li ha condotti fuori dal paese d’Egitto. Io sono il Signore vostro Dio”

 

La festa delle capanne dura sette giorni (quest’anno dal trenta Settembre all’otto Ottobre) e si conclude l’ottavo con Simchat Torah ovvero gioia della Legge. In questo giorno si conclude e s’inizia il ciclo di letture della Torah e grandi e piccoli si raccolgono accanto ai Rotoli della Legge e li portano in trionfo con allegria, quasi danzando innalzando al cielo un ramo di palma, due di salice, tre di mirto e un cedro.


 


 



 


[Fondamentale, e molto caratteristico, è il lulàv, composto da quattro elementi (arba minim, le quattro specie): è un fascio in cui vengono uniti un ramo di palma di dattero (che è propriamente il lulàv), due di salice (aravà), tre di mirto (hadas). Separatamente si tiene un cedro (etrog). Il lulàv rappresenta le diverse tipologie d'uomo: la palma è senza profumo, ma il suo frutto è saporito; il salice non ha né sapore né profumo; il mirto ha profumo, ma non sapore ed infine il cedro ha sapore e profumo. Ma può anche essere interpretato così: la palma sarebbe la colonna vertebrale dell’uomo, il salice la bocca, il mirto l’occhio ed infine il cedro il cuore. L’uomo rende grazie a Dio con tutte le parti del suo essere.]


Nel libro del Deuteronomio,  Dt 16, 14  infatti il Signore afferma che “gioirai in questa tua festa, tu, tuo figlio e tua figlia, il tuo schiavo e la tua schiava e il levita e il forestiero, l’orfano e la vedova che saranno entro le tue città….”


L’Invito alla gioia è straordinario poiché molte celebrazioni ebraiche sono ricorrenze dolorose che si richiamano alla vita di angustie e di sofferenze di questo popolo.


 


 




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24 settembre 2004

Tra poche ore, Yom Kippur.

 

Oggi, al tramonto, inizia Yom Kippur, il Giorno dell’Espiazione nel quale la vita quotidiana è completamente sospesa. Dopo i dieci giorni di pentimento, in lingua ebraica Teshuvàh, seguiti a Rosh-ha-Shanà, Yom Kippur  è il momento più elevato delle solennità del mese di Tishrì.

E’ un giorno di 25 ore di penitenza durante il quale gli ebrei non mangiano, non bevono, non hanno rapporti sessuali e trascorrono il tempo recitando preghiere nella Sinagoga. Sono preghiere penitenziali e di supplica tra cui spicca per la sua elevatezza Kol Nidré, “tutti i voti”, con la quale si chiede al Signore di sciogliere ogni orante dai voti che non sono stati portati a compimento durante l’anno appena trascorso.

Questa preghiera ha sempre rinfocolato i pregiudizi nei confronti della religione ebraica che, secondo i suoi accusatori, perdonerebbe i propri figli anche se non mantengono fede alle promesse. In verità, secondo il Talmud, studio e insegnamento, che è la principale opera ebraica di riflessione sulla Torah o Bibbia, l’ebreo, che compie consapevolmente un peccato, dicendo a se stesso che se ne pentirà a Yom Kippur, non sarà assolto.

 

La solennità di Yom Kippur è ordinata dal Signore a Mosè e nel Levitico 23, 26 /33 è scritto:

                       

            Il Signore disse ancora a Mosè: “ Il decimo giorno di questo settimo mese sarà il giorno dell’afflizione; terrete una santa convocazione, vi mortificherete e offrirete sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore. In quel giorno non farete alcun lavoro; poiché è il giorno dell’espiazione, per espiare per voi davanti al Signore, vostro Dio. Ogni persona che non si mortificherà in quel giorno, sarà eliminata dal suo popolo. Ogni persona che farà in quel giorno un qualunque lavoro, io la eliminerò dal suo popolo. Non farete alcun lavoro. E’ una legge perenne di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Sarà per voi un Sabato di assoluto riposo e dovrete mortificarvi: il nono giorno del mese, dalla sera alla sera dopo, celebrerete il vostro Sabato”

 

Il riferimento al Sabato, Shabbat, è fondamentale e per questo Yom Kippur è detto anche il Sabato dei Sabato. E’ l’unico digiuno che viene fermamente rispettato anche se cade di Sabato che è il giorno sacro della settimana ebraica.

 Si conclude solennemente con il suono dello Shofàr.




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16 settembre 2004

Il suono dello Shofàr a Rosh-ha-shanà.

 

 Rosh ha-shanà, il Capodanno ebraico, è la solennità che santifica il giudizio divino e si celebra il primo e il secondo giorno del mese di Tishrì. E’ Yom ha Din ovvero il giorno del giudizio, e dà inizio a dieci giorni di penitenza che si concludono con Yom Kippur, il giorno dell’Espiazione. In questo giorno di Capodanno, Dio fa sfilare davanti al suo trono tutta quanta l’umanità e giudica uomini e donne soppesandone le azioni, buone e cattive,  compiute nel corso dell’anno appena concluso.

Secondo i Rabbini, a Rosh-ha-shanà nei cieli si aprono i libri delle azioni umane. Un augurio in questo giorno è “Possa tu essere iscritto e confermato per un buon anno

 

Rosh ha-shanà è caratterizzato dal suono dello shofàr, il corno del montone che è l’unico strumento musicale biblico che ha attraversato indenne tutte le vicissitudini della Diaspora. Secondo gli studiosi, lo shofàr richiama il sacrificio di Isacco: quando Abramo sta per sacrificare il proprio figlio, Dio lo ferma indicandogli un montone che è rimasto impigliato con le proprie corna in un cespuglio lì vicino. Ecco, quel montone è l’olocausto che Abramo deve offrire e così Isacco è salvo.

 

Anticamente, come ritroviamo in alcuni passi biblici, lo shofàr accompagnava l’ascesa di Elohim al cielo, il Signore sale al suono dello shofar, chiamava i soldati in guerra, annunciava una festa.

 

Nell’epoca moderna, secondo l’interpretazione più tradizionale, il suono dello shofar ha tre compiti fondamentali.

 

  1. ispira nell’uomo umiltà e pentimento;
  2. cerca di attirare l’attenzione di Dio per ricordargli di essere misericordioso;
  3. cerca di opporsi alle forze malefiche, in particolare a Satana che, al suo suono, si spaventa.

 

Lo shofàr è generalmente curvo perché sta a simboleggiare l’uomo chino che umilmente chiede perdono a Dio.




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