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5 gennaio 2006

La Befana vien di notte...



La Befana mi riporta agli anni della mia fanciullezza.

E' legata ai luoghi in cui sono nata e in cui a lungo ho vissuto: la Lucchesia magica che s'arrampica su per il greto del Serchio fino alle pendici della Garfagnana. Una terra a metà tra l'antico e il moderno che, allora, mescolava tradizione e innovazione.

Ricordo che il 5 gennaio era un giorno straordinario, fantastico e terribile. Era fatto di attesa e di paura che aggrovigliate mi facevano battere forte il cuore e scandivano ogni ora fin dal mattino non appena aprivo gli occhi ancora pieno di sonno.

Ogni minuto era una lenta agonia che m'avvicinava al momento così desiderato e così temuto.

La Befana, in quegli anni che non scolorano nella memoria, portava i doni a tutti i bambini buoni, ma io, non so perché, ne avevo terrore.

Sapevo che anch'io avrei ricevuto i regali prediletti, una bambola, una lavagna con i gessetti, un libro di immagini e parole, un fucile –confesso che da piccola amavo giocare ai cow-boy – ma la Befana mi spaventava così tanto che quasi quasi vi avrei rinunciato. Per tutto il giorno, rimanevo attaccata alla sottana della mamma e della zia Nina senza riuscire a trovare un momento di serenità.

Guardavo il Gragno, il monte che al di là del fiume s'ergeva alto con la tenebrosa caverna nella quale immaginavo vivesse. Solo in quelle ore mi incuteva timore, in tutti gli altri giorni dell'anno, quell'antro era la casa delle fate!

All'imbrunire, la paura cresceva e diventava insostenibile quando sentivo cantare la Befana.Era una tradizione antica che aveva un fine di beneficenza: i befanotti vestiti di stracci e con grandi sacchi sulle spalle passavano di casa in casa a chiedere qualcosa per i più poveri, per i vecchi del ricovero. Sulla tavola di casa erano pronti le arance e i mandarini, qualche dolcetto, un po' di soldi che venivano distribuiti a chi bussava alla porta.

Ecco, il suono delle loro voci che cantavano sempre la stessa strofa – La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte... - delle loro risate allegre mentre ringraziavano – Ringraziamo la Befana...- erano il segno che l'ora s'avvicinava e che nel giro di poco, a volte prima di cena, a volte dopo, la Befana sarebbe giunta.

Non potete rendervi conto del mio stato d'animo.

Quando ripenso alla mia infanzia, questi momenti di attesa sono senz'altro tra i ricordi più vivi e alcune immagini sono così vivaci che mantengono ancora la forza emotiva d'allora.

Il babbo e la mamma, che coglievano quella paura nel mio sguardo cercavano di consolarmi, mi stringevano forte quando la Befana entrava in casa e deponeva i giochi sotto l'albero di Natale, ma io respiravo solo quando se ne era andata gobba e ciondolante sotto il peso del suo sacco.

La paura lentamente lasciava il posto alla curiosità di scartare i pacchi colorati e scompariva quasi sempre senza lasciare traccia, sopraffatta dalla gioia che finalmente non aveva più ostacoli.

Una volta non fu così. Avrò avuto otto o nove anni ed ebbi in dono un magnifico pianoforte nero. La Befana, senza che quella sera la vedessi, lo lasciò nel salotto buono, al di là della porta chiusa.

Sapevo che c'era, che avrei soltanto dovuto aprirla e lo avrei trovato, ma non lo feci. Quando mia madre, infine, si decise a spalancare quella benedetta porta, io feci un passo timido in avanti per poi ritrarmi. Ero convinta che la Befana si fosse nascosta lì da qualche parte e che sarebbe saltata fuori sorprendendomi.

Andai a letto, riuscii a prendere sonno a stento tenendo la mano della zia Nina e, solo al mattino, ebbi il coraggio di alzare il ripiano e scoprire i tasti bianchi e neri che brillavano nella luce del sole.




permalink | inviato da il 5/1/2006 alle 14:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa

12 luglio 2005

Attesa.

Le piace l’ora sospesa di metà pomeriggio, quando, dietro le persiane socchiuse, il mondo sembra svanire.

La penombra invade quieta la casa e Clara vaga da una stanza all’altra nel silenzio assoluto. La sua figura si affaccia indefinita nello specchio in fondo al corridoio ogni volta che lo attraversa per raggiungere la cucina o la sala;  se si avvicina furtivamente, i contorni prendono una solida consistenza e il volto e il corpo le si rivelano come se fosse la prima volta.

Nell’anta destra dell'armadio si riflette una donna che non ha più speranze da spendere ma che, con quel suo modo caparbio, non ha chiuso del tutto la porta alla vita.

Per questo, l’ora pomeridiana le è così affine: il giorno sta andando verso il suo tramonto, ma il sole splende ancora.

Allora perché quelle persiane chiuse? 

Ma non lo sono; Clara le tiene socchiuse e qualcosa trapela dall’esterno.

Anche quel silenzio assoluto non esiste, perché, di tanto in tanto, dalla strada giunge qualche suono: il rumore di un motorino, l’accelerazione di un auto lungo il viale, il bisticcio di alcuni bambini.

Attraverso le stecche delle persiane, osserva la via quasi deserta e quel modo di vedere obliquo l’affascina. Può scorgere solo una piccola porzione del marciapiede di fronte e della vetrina del negozio di cornici non legge l’insegna.

Dovrebbe salire su una sedia o, almeno, issarsi sulle punte dei piedi, ma non le va. 

Si distacca dalla finestra così che il mondo rimane fuori: non ha voglia d’incontrarlo e neppure di sfiorarlo, non ancora. Le lancette dell’orologio sono  a poco più di metà del loro giro, tra le quattro e le cinque, e non c’è motivo di affrettarsi.




permalink | inviato da il 12/7/2005 alle 18:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

10 aprile 2005

Lenin il Rosso. quarta parte

Nei giorni successivi, Pisolo perse ogni entusiasmo. Non usciva quasi mai di casa e si limitava a qualche breve escursione tra le aiuole del giardino familiare.

Ma un pomeriggio di maggio, mentre osservava vagamente la strada appoggiato sul davanzale della finestra del primo piano, vide un gatto estraneo alla via. Avanzava zoppicando e sembrava smarrito, fuori luogo con quel suo pelo bianco sporco. Pisolo corse al piano terra, saltò dalla finestra aperta del salotto e scavalcò agilmente il muretto sotto l’inferriata.

Il gatto bianco era sul marciapiede opposto e, accorgendosi immediatamente di lui, inarcò la groppa e alzò il pelo preparandosi a combattere, ma Pisolo indugiò perché non voleva affrontarlo. Alla fine, quello si stancò e riprese ad andare zoppicando. Il Rosso lo seguì e, passo dopo passo, si ritrovò nel quartiere dei gatti randagi.

Fu l’inferno poiché il tigrato e i due bastardi gli si avventarono contro. Non poté fare niente, si difese perché non era né pauroso né rammollito, ma i loro artigli lo colpivano ferendolo a ogni assalto. Il sangue prese a colargli dall’occhio destro e, quando i tre si stancarono di lui, Pisolo era veramente malconcio. Anche il suo cuore soffriva.

Tornò a casa dove la signorina Anita, spaventatissima, lo curò come se fosse il suo bambino. La ferita si rimarginò lasciandogli una cicatrice che gli deturpava solo leggermente il bellissimo muso dai lunghi baffi. Con quella ferita di guerra si sentiva più forte e decise di tornare al quartiere dei gatti randagi per farsi accettare.

E così fu. Anzi, Pisolo divenne qualcosa di più che uno di loro, perché in breve seppe superare la diffidenza del tigrato.
continua...
qui la prima parte
qui la seconda
qui la terza




permalink | inviato da il 10/4/2005 alle 15:33 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

8 aprile 2005

Lenin il Rosso. terza parte

Si avviò convinto di trovare gatti e gatte, cani e cagne, uomini e donne che conducevano la sua stessa vita. Superò, trotterellando piacevolmente i giardini che ormai conosceva  a memoria, si lanciò al di là dei muri ricoperti di cocci di vetro e avanzò verso un territorio che si faceva a poco a poco sconosciuto. Infine perse ogni punto di riferimento, non più giardini tenuti dalle abili mani dei giardinieri, ma spazi incolti, non più splendide ville, ma casa modeste, alcune diroccate con l’intonaco scrostato e senza le tende alle finestre. Le strade erano strette, un labirinto di vie e viuzze con pochi sparuti alberi che facevano ombra solo a se stessi. Il cielo era meno azzurro e aveva perso la sua limpidezza.

E lì, in quelle strade, vide per la prima volta i gatti randagi e si trovò a tu per tu con la sconosciuta povertà. Gatti macilenti si aggiravano per quelle vie senz’aria con la fame scolpita sui musi. Si litigavano furiosamente accapigliandosi sui resti dell’immondizia. I più deboli erano senza speranza in quella lotta fratricida e ben presto Pisolo si accorse che tre gatti avevano il controllo del territorio. Un tigrato con un occhio cavernoso e due scheletrici bastardi con la coda mozza.

Si staccò da loro stordito e tornò correndo alla tranquillità della sua casa. La signorina Anita era in giardino e lo stava chiamando. Quella sera mangiò pochissimo e si addormentò esausto tra i cuscini della sua cuccia, ma il suo sonno fu pieno di incubi.
continua...
qui la prima parte
qui la seconda parte.




permalink | inviato da il 8/4/2005 alle 22:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

7 aprile 2005

Lenin il Rosso.seconda parte

In verità, anche quando era piccolo, amava girovagare per il giardino e, appena trovava la porta aperta, si lanciava tra le aiuole a caccia di lucertole, lumache, grilli, farfalle, bruchi, a seconda della stagione. A poco a poco, il confine del giardino era diventato uno spazio troppo angusto e Pisolo aveva scoperto che, al di là del muro di cinta, si apriva un altro giardino e poi un altro ancora. Osò ogni giorno di più, rimanendo fuori di casa per molte ore in preda a una crescente eccitazione per tutto quello che vedeva. Non sempre era felice delle novità, specialmente quando incontrava qualche gatto arrogante che gli sbarrava il passo o un cane che abbaiando stupidamente lo rincorreva nel vano tentativo di azzannarlo, ma la sua vita di pioniere gli scaricava nelle vene quella dose di adrenalina alla quale non poteva più rinunciare. Quando tornava a casa dalle sue scorribande era stanco morto e la signorina Anita lo rimproverava aspramente, ma alla fine gli dava un’abbondante razione di bocconcini prelibati e lo prendeva tra le sue braccia dove si addormentava, sognando spesso le sue avventure. Più di una volta si era innamorato e aveva combattuto per superare la concorrenza dei maschi del vicinato. Non sempre aveva avuto  la meglio, ma spesso aveva trionfato cogliendo la bellezza mozzafiato di turno.

La vita trascorreva lieta e spensierata e Pisolo era completamente convinto che quello fosse il mondo.

Ma non era così e Pisolo lo scoprì brutalmente un pomeriggio di aprile quando ormai aveva tre anni. La giornata era bellissima, il cielo era limpido, il sole riscaldava e Pisolo, non ascoltando il richiamo della fame, decise di prolungare la sua passeggiata. Origliando di qua e di là, aveva sentito dire che ai margini estremi del suo quartiere si viveva pericolosamente. I gatti dal pelo lucido e un po’ annoiati come lui, se lo sussurravano all’orecchio fremendo. Quel pomeriggio, Pisolo volle vedere con i propri occhi perché temeva che quei rammolliti di soriani, persiani, siamesi e via dicendo si raccontassero delle frottole gli uni con gli altri, rendendo leggenda quello che non era.
continua...
qui la prima parte.




permalink | inviato da il 7/4/2005 alle 14:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

6 aprile 2005

Lenin il Rosso.


Lenin il rosso è un gatto rivoluzionario.

Nel viale alberato, sul quale si affacciano le case più signorili di tutto il quartiere, vere dimore del secolo scorso circondate da giardini e chiuse da alti cancelli in ferro battuto, tutti lo conoscono. E’ un tipo bizzarro che si distingue dagli altri gatti che trascorrono la loro placida vita tra coccole e bocconcini di carne.

Anche Lenin vive in una di quelle ville ed è affezionato alla sua vecchia padrona, la signorina Anita che lo  raccolse molti anni fa, togliendolo dalla strada.

Il Rosso ricorda bene quella mattina di Ottobre, quando qualcuno lo strappò dall’abbraccio di sua madre e lo abbandonò su un marciapiede.

Sarebbe senz’altro finito male, se la signorina Anita non fosse passata di lì al ritorno dalla sua passeggiata, poco prima di pranzo. Lo sentì miagolare, lo scorse impaurito tra le foglie e, senza pensarci troppo, lo portò con sé accarezzandolo dolcemente sulla testina .

Da allora vive da vero re della casa. Ha la sua cuccia piena di morbidi cuscini, ma può scorrazzare a suo piacimento da una stanza all’altra e mangia a volontà. La signorina Anita lo chiama Pisolo perché i primi giorni nella nuova casa non faceva altro che dormire, ma a lui quel nome non piace. Da tempo ha scoperto che appartiene a un nano di una ridicola fiaba e non ne è per niente soddisfatto. Ma la sua padrona e le sue nipotine lo trovano un nome adatto anche ora che è diventato robusto, sveglio e vivace.
continua...




permalink | inviato da il 6/4/2005 alle 15:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

8 marzo 2005

Una traccia dispersa

Il cielo è limpido e il sole le riscalda il volto nascosto dietro gli occhiali scuri. La neve dei giorni scorsi è solo un ricordo sporco negli angoli più bui della città e una punta di primavera l’accompagna mentre cammina lungo la via sconosciuta.

Qualche ora da sola, tutta per sé.

Ma deve allontanare il disagio che la coglie. Smetterla di giocare con i  sensi di colpa.

Giocare? Non sa perché le è venuta in mente questa parola che sembra affiorata dal nulla come un battito involontario di ciglia. 

E’ bizzarro che pensi ai suoi sensi di colpa come a un gioco, come se fossero un divertimento con il quale si balocca. Le sembra proprio che non sia così, anzi non lo è.

Quelli l’azzannano ferocemente e la tormentano, spolpandole l’animo.

…tornare indietro nel tempo, ai tardi anni della fanciullezza o ai primi dell’adolescenza dove sa che sta il groviglio della sua esistenza. E’ lì che tutto è nato e che tutto si è compiuto.

Non  ricorda con chiarezza, di quei giorni ha una memoria distorta fatta di vecchie fotografie, stracci di racconti, flash improvvisi e fulminei, veri nell’istante in cui si realizzano e falsi subito dopo.

Certo non tutto è perduto, ma ha l’impressione che qualcosa di importante sia stato smarrito per sempre. Una traccia dispersa che deve ritrovare.
Un cammino a ritroso nei tempi e nei luoghi della sua vita, prima che la consapevolezza diventasse una zavorra pesante. Un salto nel buio che deve fare, ma non osa. Ha troppo paura.

Lo sguardo nella vetrina le rimanda l’immagine scialba di una donna non più giovane che avanza stanca e senza grazia. Dietro quegli occhiali scuri c’è il suo volto, ci sono i suoi occhi che da tempo non si guardano più. Al di là di quella che ora è, c’è senz’altro qualcosa  di sé, da bambina. Deve cercare, ma ha paura.




permalink | inviato da il 8/3/2005 alle 17:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (6) | Versione per la stampa

2 luglio 2004

LA FIABA DEL PICCOLO PENSIERO.

Racconto inedito 1.


La sua testa era colma di pensieri. Pensieri appena nati, pensieri più grandicelli, pensieri adolescenti, pensieri maturi e pensieri ormai già vecchi.


Ognuno viveva appartato in una cella  disadorna che aveva le sbarre alla piccola finestra dalla quale si poteva scorgere solo uno squarcio di cielo. La porta era inchiavardata dall’esterno e, per la maggior parte del tempo, i pensieri  rimanevano muti e solitari. Il dono di esprimersi era concesso raramente e solo allora incontravano le parole che li legavano gli uni agli altri. La felicità di ritrovarsi era fugace, sopraffatta dal dolore della separazione che si rinnovava brutalmente. Assolvevano il compito per il quale erano stati chiamati fuori delle celle e vi rientravano accompagnati da due soldati senza volto.


I pensieri morivano, talvolta di morte naturale, talvolta di disperazione, talvolta d’inedia, ma molti scomparivano nel silenzio delle ombre. Non ritornavano alle loro celle i pensieri ribelli,  gli eretici, i dubbiosi, i creativi, gli indipendenti, quelli che erano considerati pericolosi e oltraggiosi, ma anche quelli solo originali e stupendi.


Passarono giorni, mesi e anni, infine un Piccolo Pensiero, che per la prima volta era stato chiamato nel mondo delle parole, incontrò il Signore Incontrastato. Viveva in un castello di oro e di argento e risplendeva terribile sotto i raggi del sole. Due leoni maestosi reggevano le colonne di antica fattura e il timpano e  la trabeazione erano  incise di tutte le parole del mondo, ma prive di vita.

 

Il Piccolo Pensiero parlò al Signore Incontrastato ripetendo le frasi che qualcuno dietro di lui gli sussurrava, poi tornò nel silenzio della sua cella. Nei giorni successivi fu chiamato altre volte, tanto che prese gusto a quei momenti di inebriante libertà. Non riusciva a parlare con gli altri pensieri se non per il tempo  concessogli dal Signore Incontrastato. Ogni volta che la porta veniva chiusa alle sue spalle, lo soffocava il desiderio di abbattere quelle anguste pareti.


Una di quelle volte, pensò di rubare una parola e di portarla con sé. Era certamente pericoloso, ma ce la fece. Ne rubò un’altra e un’altra ancora e ogni volta che era chiamato al cospetto del Signore Incontrastato, se ne metteva una nella tasca delle giubba. Ormai era diventato un ladro di parole.


Passarono gli anni  e il Piccolo Pensiero aveva raccolto migliaia di parole che ornavano le pareti della cella, il pavimento, il soffitto. Finalmente, quando anche l’ultima fu sua, cominciò a comporre un libro, il Libro Della Vita, il libro più bello del mondo che conteneva la gioia e la sofferenza dell’umanità.


Un giorno, quando fu chiamato, se ne andò con quello dal Signore Incontrastato e, facendo umilmente appello alla sua benevolenza, lo pregò di leggerlo. Ma il Signore Incontrastato non sapeva leggere e ordinò inaspettatamente al Piccolo Pensiero di farlo per lui.
La magia delle parole che si libravano finalmente sincere e alate attraverso la  voce cristallina del Piccolo Pensiero fu tale che le mura del palazzo vacillarono sotto il loro peso. Cominciarono a scollarsi dalle fondamenta, poi su su, verso i piani più alti che si squarciarono in un orribile clangore. Anche il trono del Signore Incontrastato fu scaraventato violentemente  in aria e  ricadde miseramente a terra tra le macerie che lo inghiottirono. Il Signore Incontrastato urlò e urlò  per chiamare le Guardie, il Gran Ciambellano, i Ministri, i Generali, ma tutti erano stati resi di pietra  dallo svelarsi della verità finalmente narrata. Alla fine, quando anche l’ultima parola fu detta, le celle si aprirono e ne  uscirono festanti i pensieri ormai liberi che popolarono il mondo di mille colori.


 




permalink | inviato da il 2/7/2004 alle 2:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa
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