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30 novembre 2004

Misha corre di Jerry Spinelli.

    Ricordi

   Sto correndo. E' il mio primo ricordo. corro. Ho qualcosa stretto fra le mani, stretto al petto. Pane, naturalmente. Qualcuno m'insegue. - Fermo! Ladro! - Corro. Gente. Spalle. Scarpe.- Fermo! Ladro!

Con queste parole inizia il bellissimo libro Misha corre di Jerry Spinelli.

Misha corre inseguito da qualcuno che grida Ladro! Quando si sveglia dal sogno o dal ricordo, non riesce mai a rammentare il volto del suo inseguitore.

La storia di Misha si svolge tra le strade di Varsavia durante l’occupazione nazista. Misha è un ragazzino che  sopravvive nascondendosi dove capita e rubacchiando quello che è possibile. Un giorno incontra Uri che lo porta con sé a conoscere i ragazzi del suo gruppo. Vivono anche loro alla giornata evitando di farsi prendere dagli Stivaloni.

Insieme affrontano la sofferenza che strangola la città. Incontra Janina che vive prigioniera dietro i vetri della finestra, scopre la casa degli orfani, entra nel ghetto.

Ruba per sé e per gli altri, non capisce immediatamente la realtà tragica che prende forma velocemente, ma infine comprende e riesce a sopravviverle.

Sopravvive all'orrore, però lo porta dentro di sé, non sa staccarsene neppure quando il mondo torna alla normalità.

Per Misha, la normalità è rubare il pane, bere l’acqua delle pozzanghere.

A poco a poco, nonostante tutto,  ritrova una parte del mondo che aveva perduto anni prima, diventa un venditore ambulante e, raggranellato un po’ di denaro decide, come tanti dopo la guerra, di andare in America.

Vive senza dimenticare mai il passato, Uri e gli altri ragazzi, ma soprattutto Janina scomparsa in una sera d’estate inghiottita dalle fauci nere del carro merci alla Stazione Stawki.

 




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29 novembre 2004

Nebbia e pioggia.

                                 

Pomeriggio di fine Novembre con la nebbia spessa che avvolge la casa. E’ calata improvvisamente come un sipario bianco a nascondere le cose. Pochissime ombre si affrettano nella strada e i rumori si acquietano.

Un pomeriggio che trascorre pigro e solitario senza l’urgenza che spinge ad andare, a fare. Così le ore si dipanano lente, quasi indugiano e sembrano dilatarsi. Anche i gesti consueti, oggi, hanno un ritmo diverso, più leggero e piacevole.

Eppure al di là dei vetri della finestra, la giornata è carica di malinconia: la nebbia si è sciolta nella pioggia che ora cade insistente e silenziosa. Ma non importa, la mia tranquilla disposizione d’animo,veramente insolita, supera anche i crucci del tempo. Anzi, la nebbia e la pioggia assecondano questa voglia di perdermi nelle mie attività predilette.

Leggo, ascolto in po’ di musica, sgranocchio qualche dolcetto, mi lancio all’inseguimento di Alessandro Magno tra le pianure riarse dal sole e le montagne sconvolte dai ghiacci. La sua storia è affascinante, una vita breve che ha incantato il mondo.

Ma, senza volerlo, l’occhio sfiora il pacco di temi  appoggiato sul tavolino. Per un attimo sono colta dall’immancabile riflesso dell’insegnante responsabile e tamburina.. La mano corre subito alla penna rossa, rimane sospesa per qualche secondo e, infine, si ritrae.

Questo pomeriggio, che è sbucato fuori come un regalo inatteso, è tutto per me.

Torno con gioiosa decisione a gettarmi sulle orme del Macedone che è lì, a Siwa, al tempio di Ammone, a ricevere “ rivelazioni  segrete e ineffabili”.


 




permalink | inviato da il 29/11/2004 alle 21:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

28 novembre 2004

Donne. Clitemnestra.

                                        


Clitemnestra è un’assassina, ma la sua vicenda ci spinge a pietà.

Violentata negli affetti più cari, subisce la sofferenza che le è stata inferta, ma, poi, sceglie di vivere fino in fondo la sua tragedia.

Quando va sposa ad Agamennone, re di Argo, ne accetta in silenzio la volontà.

Il signore degli Achei la strappa dalle braccia di Tantalo e strazia il suo giovane cuore uccidendo il suo diletto figlioletto.

Ma Clitemnestra accetta la sorte, diventa moglie di Agamennone a cui dà tre figlie, Crisòtemi, Elettra, Ifigenìa, e un figlio, Oreste. Una misurata serenità sembra tornare a guidare la sua vita, ma la guerra che tutto distrugge è in agguato.

Elena, la bellissima avventata sorella ha seguito Paride a Troia, i re achei sono in armi e Agamennone è il loro capo. Fermo in Aulide per mancanza di venti propizi, accoglie le parole terribili di Calcante e sacrifica la diletta Ifigenìa, chiamata con l’inganno.

I venti tacciono, ma il sangue della ragazza placherà il desiderio divino

E le preghiere e le invocazioni al padre

E l’età verginale non curarono

I duci bramosi di guerra: e ordinò il padre

Ai ministri, dopo la preghiera

Di levarla come una capra, alta sull’ara,

con fermo cuore, avvolta nei pepli e prostrata……

Clitemnestra assiste senza poter intervenire al sacrificio della figlia e il presente dolore risveglia quello passato. Il cuore della donna si ribella e la sete di vendetta cresce lentamente nella lontananza. L’affetto degli altri figli non lenisce le sue sofferenze.

Quando dopo dieci anni sotto le mura di Troia, Agamennone torna a casa portando con sé Cassandra, resa schiava, Clitemnestra lo accoglie con amore:

O cittadini qui presenti, venerandi tra gli Argivi, io non avrò ritegno di esprimere dinanzi a voi i miei sentimenti d’amore per lo sposo…..

Poi, fattolo entrare in casa calpestando un tappeto di porpora, lo uccide nella vasca da bagno:

Così ho fatto, e non lo negherò, in modo che egli non potesse fuggire né difendersi contro la morte….Lo colpisco due volte: e in due gemiti gli si sciolgono le membra; e su lui caduto aggiungo il terzo colpo, offerta votiva all’infero Ade, salvatore dei morti….

Con il re, sotto i colpi di Clitemnestra, cade anche la sventurata Cassandra.

Ora la regina si è liberata dal suo demone: la morte di Agamennone è per lei un gesto di giustizia.

Non morte ignobile si ebbe costui, io credo….

Non fu lui a portare sventura frodolenta

Nelle case? Ma al germoglio mio

Nato da lui e cresciuto appena,

Ifigenia molto lacrimata,

ingiusto atto avendo arrecato,

questo compenso subendo,

non se ne vanti nell’Ade,

poiché, ucciso di scure,

ha pagato quel che aveva fatto.

La Clitemnestra di Eschilo è una donna forte - nel Prologo la scolta dice: così comanda il cuore di una donna in attesa, dal maschio volere -, che si sostituisce al marito quando questi è lontano, ma, diversamente da lui, non è prigioniera del potere che esercita.

Per il potere Agamennone non esita a spargere il sangue dell’inerme dolce figlia Ifigenia. Diversamente, Clitemnestra si macchia di un simile orribile delitto per affermare il diritto di essere madre. Diventa violenta quando la violenza la colpisce ancora una volta con insostenibile malvagità.


 


 




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27 novembre 2004

Midrash.

Una volta mentre camminavo in una buia notte vidi un cieco che aveva in mano una torcia. Gli chiesi: " Perché hai in mano questa torcia?" Rispose: "Finché ho la torcia in mano la gente può vedermi e aiutarmi"
(Rabbi Josè, Meghillà 24b)




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26 novembre 2004

Il cantastorie di Tahar Ben Jelloun.

                                                 

Ma come fanno le storie a lasciarci?

Se non vengono raccontate, scritte o disegnate, si svuotano della loro sostanza, perdono le loro parole come una donna incinta perde le acque. Spariscono senza lasciare traccia.

 

Così dice Tahar Ben Jelloun nell’inedito breve racconto intitolato Il cantastorie

.

Moha ha perso il suo lavoro quando la costruzione dell’autostrada Berrechid-Marrakeck ha spazzato via l’angolo in cui raccontava le sue storie. Cantastorie di strada.

Per vivere s’inventa “animatore di serate”.

Bouchaib, un ricco proprietario terriero analfabeta lo paga – ben duecento dirham – perché rallegri i suoi influenti ospiti durante una cena per il governatore.

Moha racconta la storia di americani, inglesi, italiani, arabi, tutti condannati a bollire in un pentolone di olio all’inferno. Non risparmia nessuno, né i fatalisti egiziani né i “montoni “ sauditi né gli stessi  invidiosi marocchini.

Alla fine della storia, Bouchaib è pieno di entusiasmo, vuole che Moha rimanga con lui e diventi il suo maìtre à penser. Gli dice  conosci così bene i marocchini che i tuoi consigli mi saranno molto utili per i miei affari…

Moha, che ama narrare le sue storie, ma ancora di più ama essere libero, non accetta.

Torna alla sua povera vita di cantastorie e aspetta al suo posto, al caffè, che qualcuno riconosca l’incanto delle sue parole.

Parole e libertà, parole libere di creare mondi fantastici in cui perdersi con stupore e innocenza.

Solo la parola che non è schiava, ha la capacità di librarsi alta nel cielo e conquistare la mente e il cuore.

 




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25 novembre 2004

Ciechi e segnalatori d'incendio.

                                           

Sul Corriere della sera di oggi, Paolo Mieli, rispondendo a un lettore, parla di “ Auschwitz e gli intellettuali” di Enzo Traverso, un libro che, mi piace ricordare, segnalai nel mese di Ottobre

Mieli riporta alcune riflessioni dell’Autore, in particolare quelle su Sartre.

L’intellettuale francese al pari di altri uomini di cultura del secondo dopoguerra rimane in silenzio di fronte all’orrore della Shoah. Parlando delle persecuzioni antisemite in “ Riflessioni sulla questione ebraica “ si ferma ai pogrom, non va più in là, come se la soluzione finale nazista non fosse mai esistita.

Enzo Traverso è assai deciso quando afferma che Sartre non ignora l’evento, ma non è capace di coglierne la portata e il significato.

Non avendo il coraggio intellettuale di vedere attraverso e oltre, il pensatore francese preferisce relegare in un angolo il problema, non impegnandosi e contraddicendo se stesso quando afferma in Les Temps Modernes:

“ Considero Flaubert e Goncourt responsabili della repressione della Comune, perché non hanno scritto una sola riga per impedirla. Non era affar loro, si dirà. Ma il processo Calas era forse affare di Voltaire? La condanna di Dreyfus, era affare di Zola?”

Di fronte alla cecità di Sartre e di altri, si rivela l’acuta visione di Hannah Arendt, Theodor Adorno, Herbert Marcuse, Walter Benjamin, per dirne solo alcuni, che sono veri “ segnalatori d’incendio “ capaci di vedere immediatamente e di riconoscere il male

 




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24 novembre 2004

...vitreos ab oculis ad legendum..

                                         


In un dipinto del 1352, Tommaso da Modena ritrae il cardinale Ugo di Provenza con gli occhiali sul naso.

Gli occhiali, “vitreos ab oculis ad legendum“ sono indispensabili per chi come i Domenicani dedicano gran parte della loro vita alla lettura e alla scrittura.

Forse, quella di Tommaso da Modena è la prima riproduzione pittorica degli occhiali la cui invenzione, secondo alcuni documenti medievali, risale agli anni che vanno dalla fine del ‘200 agli inizi del ‘300.

Non si conosce il nome dell’inventore.

Alcuni parlano di Giordano da Pisa  che durante una predica nell’anno 1305 accenna agli occhiali “ che fanno vedere bene” altri di Alessandro della Spina, entrambi frati domenicani del Convento di Santa Caterina di Pisa, ma senza nessuna certezza poiché uno dei testi di riferimento, la Cronica antiqua, è stato sottoposto a false interpretazioni.

Nel 1684, Federico Leopoldo del Meglio attribuisce l’invenzione al concittadino Salvino degli Armati, un nobile fiorentino del Trecento, senza produrre un documento di prova.

Il mistero rimane insoluto.

Gli occhiali che, dal Medioevo ai giorni nostri, ci permettono di non rinunciare alle nostre attività predilette, non hanno un padre certo.

Quello che sappiamo con sicurezza è che il Petrarca, anche se a malincuore, li usa a partire dai sessanta anni.

Ben presto anche i mercanti e gli usurai, soprattutto ebrei, - non manca mai una nota antisemita – sono raffigurati con gli occhiali mentre contano il denaro.

Incredibile, ma vero, l’entusiasmo per questa meravigliosa invenzione dilaga così tanto che i pittori dei secoli XIV e XV non esitano a ritrarre Sant’Agostino, (San Girolamo appare a Sant’Agostino, di Giovanni di Paolo) l’evangelista Luca, ( miniatura),un fariseo (Ecce Homo, di Michel Pacher ) ed altri  con gli occhiali inforcati sul naso o appoggiati sulle carte che stanno scrivendo o leggendo.

 

Segnalo il bellissimo testo di Chiara Frugoni MEDIOEVO SUL NASO, Editori Laterza.


 




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23 novembre 2004

Canto di nozze di Nagib Mahfuz.

                                               

Il Cairo, quartiere Bab al Shaariyya.

Quartiere di devozione e di dissoluzione al tempo stesso. Mi tuffo nella folla, nel frastuono, nella polvere, tra donne, uomini e ragazzi….Tutto sembra rivestito di disprezzo e tristezza….Ecco le antiche porte arcigne e due nuovi edifici isolati. La vecchia casa rannicchiata con tutta la sua storia oscura e sanguinosa….

Quattro voci narrano la storia. La vicenda di amore e di morte che lega i personaggi  si ripete quattro volte e ogni volta si arricchisce di alcuni particolari conosciuti unicamente da chi, in quel momento, è il narratore.

Ma le parole che ascoltiamo ( perché quelle parole sono fatte più per l’ascolto che per la lettura ) non sono rivelatrici. La verità rimane nascosta nei cuori di tenebra di Tariq, l’attore, di Karam il suggeritore teatrale, tenutario di una bisca e proprietario di una friggitoria, di Halima, la moglie, e di Abbas, il  loro unico figlio, l’idealista, autore di un’opera teatrale di grande successo.

Tahiyya e il suo bambino, forse vittime di un omicidio, vivono attraverso i loro ricordi offuscati dalle passioni, dall’amore che si è tramutato in gelosia, dall’odio e dal tradimento, dall’esperienza del carcere che ha acuito le antiche sofferenze, e sono figure distorte che si agitano sullo sfondo di una tragedia che accomuna i vivi e i morti.

Non c’è speranza di verità così come non c’è speranza di redenzione in un mondo fatto di afflizioni e di miserie, di loschi figuri

Tariq, Karam, Halima e Abbas raccontano le vicende che hanno portato alla morte di Tahiyya e di suo figlio, sfregiandole.

Sprofondati nel dolore e nel risentimento, ingannati dalla vita che ha negato loro la felicità sognata e intravista, svelano un mondo fatto di corruzione e sotterfugi, di alcol, di droga, di prostituzione in cui niente sembra separare gli innocenti dai colpevoli.

“ …quel che risiede nel cuore è rimasto.” riflette Tariq riferendosi all’impossibilità di essere diversi da quello che si è.

 

 




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22 novembre 2004

JULIO.

                           

Ho incontrato Julio, il suo volto, per caso. Un volto scarno, in cui gli occhi spalancati, già segnati dalla sofferenza tradiscono l’orrore della violenza che attanaglia il corpo e la mente.

La sua vita fu ferocemente spezzata quando aveva appena ventitré anni e da allora giace, umiliato e offeso, in un carcere cubano.

La sua colpa? Quella di essere un oppositore di Castro.

La sua libertà negata, i suoi diritti di uomo calpestati perché le sue idee non sono quelle di chi governa Cuba dal 1959.

Come lui, tanti altri, che trascinano la loro esistenza ignota tra soprusi, sevizie e violenze.

Forse Julio, nel momento in cui sto scrivendo di lui, è già morto, ma il suo volto e quegli occhi non vogliono essere dimenticati.


Per chi vuole conoscere la sua storia http://www.cubaitalia.org/



 




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21 novembre 2004

ACTION PAINTING.

                           



Quando nel 1942, Peggy Guggenheim torna a New York dopo gli anni trascorsi in Europa apre la galleria Art of this century dedicata all’arte astratta e surrealista favorendo così il lavoro di un gruppo di artisti tra cui Jackson Pollock, Clifford Still, Hans Hofmann, Mark Rothko, William Baziotes, Sam Francis.

Nasce con loro il movimento dell’Action Painting che rappresenta il vertice dell’arte astratta americana.

Alcune opere di questi pittori insieme a quelle di William Congdon, di Adolph Gottlieb e altri sono esposte  fino al 27 Febbraio 2005 al Foro Boario a Modena. Action painting. Arte Americana 1940-1970: dal disegno all’opera.

Ho visitato la mostra questo pomeriggio riportandone un’ottima impressione.

La donna luna di Jackson Pollock è il quadro che apre il percorso espositivo. Rosso, verde, azzurro, rosa, viola sono i colori che s’intrecciano sulla tela e accompagnano l’occhio al volto nero triangolare di donna.

Procedendo, Direzione fatto di quadrati, triangoli, ma anche linee curve, Foresta incantata, Il nido e Sforzo di uccello. Tutte opere che risalgono alla metà degli anni quaranta e che raccontano la loro vicinanza con il mondo degli Indiani d’America. Pollock sembra rifarsi alla loro mitologia nella scelta di immagini di animali che compongono anche i quadri più piccoli, quelli della serie Senza titolo.

Archetipi inconsci che il pittore cerca di portare alla luce  con l’aiuto della teoria analitica junghiana.

Nel 1944, in un’intervista rilasciata ad Howard Putzel, mercante d’arte californiano e collaboratore di Peggy Guggenheim, Pollock dichiara che l’inconscio è la sorgente dell’arte, che la pittura è la rappresentazione dell’io nascosto. “ Quando sono nel mio quadro, non sono cosciente di quel che faccio. Solo dopo una specie di “presa di coscienza” vedo ciò che ho fatto. Non ho paura di fare dei cambiamenti, di distruggere l’immagine, perché un quadro ha una vita propria”

Accanto a Pollock, i quadri di Sam Francis. Senza titolo in bianco e nero. Macchie nere su sfondo bianco, macchie nere a tracciare visi, macchie nere talvolta contrastate da un punto rosso incongruo, ma assolutamente necessario all’occhio di colui che guarda.

Ancora, i quadri bui di William Congdon. Un Mattino invernale fiocamente illuminato da un pallido sole che sovrasta la tela graffiata da pennellate scure. Una ragnatela di segni sul cui sfondo si intravedono i grattacieli della città.

E infine, altri Senza titolo, questi di Adolph Gottlieb. Di nuovo macchie, non solo nere, ma rosse, marroni tutte da ricreare nell’immaginazione. Lo stesso Gottlieb appartenente al gruppo degli Irascibili afferma che lo scopo dell’arte è “ la semplice espressione di un pensiero complesso.” e “ Oggigiorno, con le nostre aspirazioni ridotte al disperato tentativo di sfuggire il male, in un periodo di confusione, le nostre immagini sotterranee, ossessive, pittografiche sono espressione di una nevrosi che altro non è se non la nostra realtà.”






permalink | inviato da il 21/11/2004 alle 20:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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