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31 dicembre 2004

L'anno che oggi...

                                           


                                                     

L’anno che oggi si conclude  lascia un tragico ultimo ricordo di sé. La festa si è dissolta nei nostri cuori e questa sera non riusciremo a dimenticare quell’onda di morte che ha abbattuto migliaia e migliaia di donne, uomini e bambini.

In queste ore, non so sostenere più a lungo la sofferenza dei sopravvissuti, di quei volti disperati che cercano una traccia dei dispersi, che piangono sui corpi massacrati, che ancora sperano e, con gli occhi umidi di lacrime, cerco una via d’uscita distogliendo lo sguardo. Ma non serve a scacciare le immagini e le voci di questo dolore.

Eppure di fronte alla furia della Natura mi sorprende un moto di straordinario stupore, la mente è rapita dall’immensità del fenomeno, magnifico in se stesso, terribile nella sua devastazione.

Se non ci fossero le vittime, potrei ammirare la forza che si sprigiona dall’energia sotterranea, che ha fatto dell’Oceano Indiano un gigantesco teatro in movimento. Potrei rimanerne affascinata con gli occhi spalancati come di fronte all’eruzione dei lapilli, al tracimare del magma incandescente, all’impetuosità di una cascata o al piegarsi degli alberi sotto la forza del vento.

Ma ci sono i morti e il dolore. E sopraggiunge  il senso di smarrimento al pensiero che migliaia di percorsi di esistenza, di possibilità di vita sono state recise, cancellate nella loro singolare ricchezza umana.

In questi giorni tristi di Dicembre, l’uomo tecnologico si scopre nudo di fronte alla Natura. Forse, l’improvvisa rivelazione ci aprirà gli occhi, saremo tutti meno ciechi, più attenti alla nostra fragilità. Non siamo cavalieri invincibili e inconsapevoli che marciano trionfanti superando di slancio ogni ostacolo, ma uomini e donne che credono in se stessi nonostante tutto e che, se cadono, si rialzano e continuano determinati, ma non arroganti, nel loro cammino.

Trascorrerò questa sera con pochissimi amici e con Giulia che è tornata dall’ospedale. E non vorrei essere da nessuna altra parte.


Auguro a tutti un sereno 2005!


 


 

    




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30 dicembre 2004

Miss Reeves.

Chi è Miss Reeves? Attraverso lo sguardo di Virginia conosciamo una ragazza che ha un’aria da serpente. Avida e ardente, al centro della conversazione che padroneggia senza dire nulla di banale, si appassiona alle questioni sociali... Ma è priva di originalità quando si avvicina alle persone; diventa scontata nella loro descrizione e si sforza di amare anche i più stupidi…

Affronta la vita con straordinaria energia, ma proprio per questo suo darsi senza condizione, manca di quel fascino che altri hanno naturalmente.

A chi pensa Virginia, quando compone questo paragone? Non è difficile immaginare che pensi a se stessa, anzi sembra assai naturale perché le due donne in qualche modo si specchiano l’una nell’altra.

Amber Reeves, nata nel 1887 in Nuova Zelanda, è di cinque anni più giovane di Virginia, ma nel 1909 è già laureata da un anno al Newnham College di Cambridge e partecipa con grande intensità alle discussioni politiche studentesche abbracciando le posizioni del movimento fabiano.

Alcuni la ritengono l’intelligenza personificata e la ammirano anche per quel suo modo sfrontato di vivere. Allo stesso tempo, la sua relazione con lo scrittore H.G.Wells la espone alla malevolenza di chi non può accettare che si rompano le regole e le consuetudini della chiusa società dell’epoca.

E dopo pochi mesi dall’incontro delle due donne - L’ho conosciuta ieri sera a cena – il 26 febbraio, Amber Reeves rimane incinta dello scrittore, ma sposa un altro, River Blanco White.

Continua a vivere pienamente la sua vita di donna volta a costruire il futuro, scrivendo, impegnandosi per il Movimento delle donne e insegnando per moltissimi anni al Morley College di Londra. Possiamo provare a mettere a confronto i ritratti che di loro fanno Wells e Lytton Strachey. Il primo dice di Amber: Aveva un viso affilato, intelligente, levantino, nascosto sotto una massa abbondante di capelli neri molto sottili, un corpo snello, agile e assai attivo, una mente avida e pronta…. Il secondo parla così di Virginia: giovane, turbolenta, avida di sapere, scontenta e desiderosa di innamorarsi…

Colpisce quell’aggettivo avidausato per prima dalla stessa Woolf - che ritrae due giovani donne incapaci di accettare con passività il ruolo che la società ha ritagliato per loro e per tutte le altre che lottano sempre più caparbiamente nell’affermazione dell’identità femminile.

Brillano l’avidità di pensiero che percorre le strade impervie  della conoscenza dominata dall’uomo e l’intelligenza assetata che si crea con orgogliosa determinazione degli spazi angusti dai quali si libra alta nel cielo del Novecento.



 



 




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29 dicembre 2004

Casa Carlyle di Virginia Woolf.

In Casa Carlyle, un diario inedito che si riferisce al 1909, un anno non adatto a diarieggiare,alcuni scritti rivelano il volto acerbo e sgradevole di Virginia Woolf.

La giovane donna è insoddisfatta di sé sia sul piano personale, sia su quello della scrittura: a ventisette anni non è ancora sposata e il romanzo a cui si dedica, La crociera, procede con lentezza.

Questo malessere la porta ad annotare con astio ciò che le gira intorno.

Lo scritto Ebrei rivela un sentimento antisemita che Virginia Woolf condivide con una larga parte dell’alta borghesia inglese dell’epoca.

Nelle brevi paginette del suo diario, l’Autrice presenta la signora Loeb, di cui fa un ritratto orribile.

E’ una grassa ebrea di 56 anni con la pelle ruvida, occhi calanti e capelli arruffati.

E’ sprezzante anche il giudizio sul suo modo di comportarsi Sembrava che volesse farsi ben volere dai suoi ospiti e si aspettasse di essere presa a calci da loro.

Queste parole piene di acrimonia lasciano stupefatti. Forse, la stessa scrittrice prova un senso di colpa quando nel 1915, dopo la pubblicazione del suo primo romanzo, La crociera, afferma: Quell’estate (l’estate del 1909) ero infelice e aspra in tutti i miei giudizi.

Con il tempo, la Woolf supera questo inaccettabile sentimento e diventa un’attenta critica di ogni pregiudizio sociale.

Nella prefazione al libricino Doris Lessing scrive: La Woolf è una scrittrice che alcune persone amano odiare…ma come è possibile non vedere quanto sia meravigliosa…

E’ così e non dobbiamo stupirci più di tanto se la raffinata e profonda scrittrice di Orlando, Gita al faro, Una stanza tutta per sé ed altro ancora sia stata a suo tempo una donna malevola e astiosa.

Infatti, le asperità, le scabrosità e le dissonanze possono essere fonte e sostegno della creatività.

 

 




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24 dicembre 2004

NATALE 2004.

UN ABBRACCIO FORTISSIMO.   
   




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23 dicembre 2004

Un giorno così...

Certe giornate nascono storte e ingannevoli. Filano via lisce nella consuetudine quotidiana, poi,  cambiano gettando la maschera.
Ieri è stata una giornata così:storta e ingannevole. Con i colori del Natale, tra gli auguri e i piccoli doni, gli occhi gioiosi degli alunni, i rumori della festa che avanza…

A sera, il velo si è squarciato. Un’amica, da tempo ammalata, è ricoverata in ospedale. Per due o tre giorni, ma questo non mi consola.

Sono triste e arrabbiata. Non cerco conforto. Mi nascondo, chiudo le porte lasciando che la bufera interiore mi ghermisca. Un muro di silenzio per affrontare il dolore che si gonfia come un mare in burrasca. Non ho parole per lenirlo, non adesso, non ho carezze, baci, abbracci per stemperarlo. Brucia nel petto insieme al pensiero che non è così che deve essere.

Non so se dal mio cuore sgorga una preghiera, forse non la so riconoscere.




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20 dicembre 2004

Per dirti t'amo.

                                       

Avrei voluto dedicarti una canzone
con le parole della televisione
tutti quei fiori e quei discorsi complicati
che al cine fanno nei locali raffinati.
Ma mi sembra di commettere un reato
perché per dirti che sono innamorato
perché per dirti cosa penso in fondo al cuore
non c'è motivo che mi finga un grande attore.
Per dirti t'amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.
Non voglio chiuderti in nessun mondo fatato
e non ho voglia di tornare nel passato
io so, potremmo avere il mondo nelle mani
se siamo forti e fiduciosi nel domani.
Avremo un posto dove andare a lavorare
e avremo figli da allevare e da curare
e tanto amore tanta gente come noi
e avremo un mondo, un mondo nuovo intorno a noi.
Per dirti t'amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.
La vera vita non si alleva in una serra,
chiedo il tuo amore, che è nutrito dalla terra,
perché è cresciuto con la pioggia e con il sole
e sa capire anche queste mie parole.
Per dirti t'amo, amo te, bastava solo che guardassi intorno a me
per dirti ti vorrei sposare, è giusto dirlo, dirlo in modo naturale.



Pierangelo Bertoli è stato uno splendido uomo che ha affrontato a muso duro l’asprezza dell’esistenza, ma non ha mai rinunciato a coglierne la dolcezza. Nelle sue canzoni ha parlato della sofferenza, dell’ingiustizia, dell’incertezza della vita, ma anche dell’amore e della speranza. Lo ricordo a spasso per le strade della città, da solo o in compagnia della moglie  e dei figli, su quella sedia a rotelle che lo portava ovunque. Sotto i portici, tra le amate viuzze di Rocca dove ritrovava tutto se stesso, lungo Viale della Pace.Per alcuni anni siamo stati vicini di casa e, sebbene non lo conoscessi personalmente, la sua figura mi era familiare. Passava sotto le mie finestre e qualche verso di una sua canzone si librava magicamente nell’aria.


Amo tutte le sue canzoni che raccontano la vita rivelandola in tutta la sua magnifica e terribile bellezza.


Mi è difficile scegliere tra Eppure soffia, C’era un tempo, La bala, Rocca blues e tutte le altre, ma le parole di Per dirti t’amo mi regalano un’emozione struggente che non svanisce con il tacere della musica. S’aggrappano al cuore.






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19 dicembre 2004

Il Tempo e la Festa.

                                              

Non si può dimenticare la Festa. Si libra chiassosa nell’aria, si fa prorompente negli addobbi delle strade, nelle vetrine dei negozi che offrono allo sguardo  inutili meraviglie, negli alberi illuminati, nelle stelle che indicano, nei presepi al riparo delle chiese, nelle voci e nei volti dei passanti. La città vive inconsapevole, si mette in mostra mangiando se stessa.
Mi tengo in disparte, mentre l’attesa malinconia cresce lentamente e mi invade ineluttabile. La conosco - anzi la riconosco, perché da tempo, in certi momenti, è una compagna fedele - nei suoi tratti sfumati che mi avvolgono come un velo leggero.
Non è ingombrante e non mi fa troppo male, ma è qui a ricordarmi che sono fatta così. Incapace di credere a una felicità piena, di lasciarmi andare all’ebbrezza dei desideri e dei sogni che accompagnano la frenesia di queste ore. Uno sbaglio, forse.
Mi tengo in disparte e passo quieta i vaghi giorni che mi separano dalla Festa.
Che arriverà e poi se ne andrà. Avrà un inizio e una fine come tutte le cose che ci riguardano e segnerà con una matita rossa il trascorrere del tempo.
Il tempo, il grande ingannatore che invano cerchiamo di afferrare e rendere nostro prigioniero. La quotidiana seduzione degli adolescenti che bruciano le tappe della loro vita,  la realtà scontrosa di chi ha raggiunto la maggiore età, la lucida consapevolezza di chi ha varcato la soglia ed è al di là della metà del cammino.
Mi tengo in disparte e mi avvolgo nella mia quieta malinconia...
Arriverò anch’io alla Festa, ma  per strade diverse, meno battute e rumorose, per sentieri personali dove non mancano gobbe e buche a intralciare il cammino
.




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18 dicembre 2004

La pazienza.

                            

Una bellissima fiaba araba – La pazienza racconta di un giovane bello, ben fatto e molto studioso che, poco dopo le nozze, desideroso d’imparare, viaggia per quaranta giorni e quaranta notti di seguito e raggiunge il maestro di sapienza di cui ha tanto sentito parlare.
Il maestro è un fabbro che lo accoglie nella sua fucina. Per giorni, mesi, anni il giovane lavora duramente al mantice e impara la virtù del silenzio: nessuno gli rivolge la parola e, se tenta di dire qualcosa, non ottiene risposta.
Alla sera, dopo la giornata passata nella fucina, continua a studiare sui suoi vecchi libri e su quelli degli altri allievi. Se ha qualche dubbio, mette la sua domanda per iscritto e la consegna al maestro che, se la ritiene sensata, dà una risposta scritta, altrimenti la getta nel fuoco.
Passano così dieci anni e ancora dieci, infine il maestro congeda l’alunno dicendogli che può tornare nella sua città perché ha imparato tutto ciò che serve:
la pazienza è lo strumento di conoscenza che ci deve guidare.
L’uomo torna a casa e, sbirciando dalla finestra, vede che sua moglie è in compagnia di un giovane.
Accecato dalla gelosia, impugna l’arco per trafiggere la donna e lo sconosciuto con un sol colpo, ma si ricorda dell’insegnamento. Ripone la freccia nella faretra ed entra in casa scoprendo che quel ragazzo è suo figlio.
Come aveva detto il maestro, per conoscere la verità dobbiamo imparare a essere pazienti.
Mi piace ricordare che nella fiaba il maestro grande sapiente, sant’uomo, modello di virtù è un semplice fabbro che, come afferma
Aletheia  nel suo scritto sui tempi d’oro del mondo arabo, non separa il lavoro manuale da quello intellettuale.



 




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17 dicembre 2004

Per chi suona la campan[ella] 2. La prepotenza del Palazzo...

                                   

   

Prepotente e arrogante. Così ieri sera si è proposto il Sindaco di Sassuolo, Graziano Pattuzzi, all’incontro con i genitori e gli insegnanti della Scuola Media Primo Levi. Prepotente, arrogante, e bugiardo. Prepotente e arrogante nei modi, bugiardo nella sostanza.

Negando ciò che la sua Amministrazione, nella persona dell’Assessore alle Politiche Scolastiche, aveva affermato nei primi giorni di Settembre – la sottrazione di cinque aule a favore del Liceo Scientifico Formiggini è una soluzione d’emergenza che durerà solo un anno – ha ripetuto con fare sprezzante che mai aveva preso un tale impegno confermando purtroppo i nostri sospetti: le aule rimarranno in dotazione al Liceo per almeno tre anni!

Inoltre, sempre più indisponente e offensivo a mano a mano che la discussione procedeva, ha ribadito che la costruzione del nuovo edificio, sede distaccata del Liceo, nel giardino della nostra scuola sarà realizzata. Sordo a ogni obiezione seria e a ogni proposta alternativa, ha risposto malamente a tutti  gli interlocutori.

Alla mia domanda relativa ai tempi di costruzione e al forte disagio che il cantiere aperto porterà allo svolgimento dell’attività didattica ha risposto che, se necessario, il Comune ci fornirà delle cuffie acustiche.

Che dire? Sgradevole e pinocchio, un pessimo esempio di esercizio del potere politico.




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16 dicembre 2004

La campana di vetro di Sylvia Plath.

                                          

Nell’estate del 1953, Julius ed Ethel Rosenberg muoiono sulla sedia elettrica alla quale sono stati condannati due anni prima con l’accusa, mai davvero provata, di essere spie al soldo dell’Unione Sovietica.

In quell’ estate torrida e bizzarra, Esther, che ha diciannove anni, vive a New York in un albergo per sole donne e lavora presso una rivista di moda. Un impiego temporaneo, di un solo mese, prima di tornare alla vita universitaria. I giorni e le notti trascorrono veloci e, sebbene la giovane donna sia scossa dalla nausea al pensiero della tragica fine dei due coniugi, niente sembra appannare la loro vivacità.

Dal mio albergo mi tuffavo nel lavoro e nei ricevimenti e dai ricevimenti al mio albergo e di nuovo nel lavoro come un automa che non capisce niente.

Ma lo specchio magico infine va in mille pezzi e nell’ultima notte a New York, il volto drammatico della sua esistenza si rivela: Esther sale sull’altana deserta dell’Amazon e getta tutti gli sfarzosi abiti che sono portati via dal vento come le ceneri di un uomo amato.

Al suo ritorno a casa, scopre di non essere stata ammessa al corso di scrittura e la delusione – un pugno nello stomaco – è così inattesa che la colpisce stordendola. L’immagine è quella di un corpo, in camicetta bianca e gonna verde, che precipita nel vuoto.

Il sogno infranto rivela impietosamente la fatica di vivere. A poco a poco, nei giorni sempre uguali, Esther si smarrisce: non può più né dormire, né mangiare, né leggere e, soprattutto, non può più scrivere. In preda all’angoscia, sente di essere ricacciata sempre più in fondo a un abisso nero e senz’aria, senza nessuna via di scampo.

La strada che percorre è quella della solitudine perché nessuno, non certamente la madre, può sostenere il suo passo. Si ribella al dottor Gordon che la sottopone alla pratica dell’elettroshoch ( a cui allude la poesia L’impiccato) e cerca una via di fuga nella morte.

Ma non è possibile eludere facilmente il proprio destino di sofferenza  e uscire dalla campana di vetro. Il buio è assoluto. La vita la riacciuffa con violenza e, per giorni lunghi mesi, la tiene prigioniera nelle stanze della clinica Caplan. Insieme a lei, altre ammalate e Joan, una vecchia compagna, che condivide la sua sorte. Forse, alla fine, la porta si socchiude, ma al di là della soglia la luce è ancora fioca.




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