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31 gennaio 2005

La musica del caso di Paul Auster.




   Un muro lungo seicento metri e alto sei, dieci file di mille pietre l’una…

 

 Questo è il lavoro che devono compiere Nashe  e Jack per pagare il debito di gioco di diecimila dollari che hanno accumulato alla fine di una sciagurata partita di stud-poker a sette carte con Flower e Stone, due eccentrici miliardari che devono la loro ricchezza a una favolosa vincita alla lotteria con la serie di numeri primi: tre, sette, tredici, diciannove, ventitrè, trentuno.

Jack è poco più di un ragazzo che si mantiene con il gioco e sogna di partecipare ai Campionati Mondiali di Poker di Las Vegas, Nashe è un po’ più vecchio, un giovane uomo alla deriva che da un anno, dopo essere stato lasciato dalla moglie Therese e aver inaspettatamente ereditato un bel gruzzolo di soldi dal padre sconosciuto, attraversa sulla sua Saab bianca tutta l’America senza una meta precisa, trovando piacere, un estremo ma sterile piacere, solo nella guida estenuante che lo porta a compiere centinaia e centinaia di chilometri in pochi mesi.

I due s’incontrano per caso lungo una strada  della contea di Dutchess in una mattina di fine estate. Nashe, che sta per finire i soldi ereditati e non sa che cosa farà di sé, si lascia incuriosire da Jack, insanguinato e stracciato, che gli racconta la disavventura della notte. La curiosità si trasforma in interesse per la vicenda del ragazzo e così decide di sostenerlo nella sfida contro Flower e Stone: gli ultimi diecimila dollari serviranno per giocare la partita.

Ma Jack perde rovinosamente una mano dietro l’altra e, infine, anche la Saab bianca viene gettata nel piatto. Senza più un soldo e senza la macchina, a Nashe non rimane altro che accettare la bizzarra proposta dei due padroni di casa: costruiranno il muro ai margini della tenuta fino all’estinzione del loro debito.


    Dieci dollari ciascuno fanno venti dollari l’ora per tutti e due. Se calcoliamo una media di dieci ore di lavoro, guadagnerete duecento dollari al giorno. Diecimila diviso duecento fa cinquanta. Questo vuol dire che ci vorranno più o meno cinquanta giorni…

Nashe e Jack si sono incontrati per caso, ma ora le loro esistenze sono indissolubilmente legate l’una all’altra. Prigionieri del contratto sottoscritto, iniziano la costruzione del muro per riprendersi la propria libertà. La partita continua, ma le regole del gioco sono stravolte e niente può essere più come prima.

Storia affascinante che conferma la maestria di Paul Auster nel tessere la tela del mistero. Un qualcosa di impalpabile, di ambiguo si appropria degli eventi: il caso gioca con la vita di Nashe e con quella di Jack e, una volta innescatosi, non c’è niente che possa fermare la sequenza, l’ordine degli eventi che ne consegue.




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30 gennaio 2005

Cosmopoli.

I continenti e i mari, le isole, le penisole, le navi, i cristiani, gli ebrei, i buddisti, i maomettani e persino i dissidenti sono rappresentati in quest’hotel. Il cassiere addiziona, sottrae, conta, imbroglia in tutte le lingue, cambia tutti i tipi di moneta. Liberi dall’angustia del loro amor patrio, svincolati dall’ottusità dei loro sentimenti patriottici, in vacanza momentanea dalla loro boria nazionale, qui gli uomini si incontrano e, se non altro, sembrano ciò che dovrebbero essere sempre: figli del mondo.

Con queste parole Joseph Roth descrive l’aria che si respira in un albergo di una città portuale d’Europa dove si mescolano, in un continuo incrociarsi, uomini che provengono da ogni parte del mondo.

Siamo negli anni Venti, dopo lo sconvolgimento della Grande Guerra e prima del rivelarsi della Bufera.

Nato a Brody in Galizia, cresce tra lingue e culture diverse che lo formano fin dall’infanzia a posizioni di apertura verso la molteplicità

Incapace di vivere, se non per un brevissimo periodo, in una casa sua, lo scrittore passa gran parte della sua esistenza in camere d’albergo. Rifiuta ogni convenzione del mondo borghese e privilegia la randagità.

L’albergo rappresenta la possibilità dell’incontro, l’ampliamento degli orizzonti, la frantumazione dei limiti imposti dall’appartenenza, è, in definitiva, il realizzarsi, per quanto sia possibile, dell’esistenza libera dai legami soffocanti della propria origine.

Quando in Francia scopre Marsiglia, la città  diventa l’incarnazione di questo sogno di cosmopolitismo.

Marsiglia è la porta del mondo, Marsiglia è la soglia dei popoli, Marsiglia è Oriente e Occidente[…] Marsiglia è New York e Singapore, Amburgo e Calcutta, Alessandria e Port Arthur, San Francisco e Odessa.

Segnalazione:  Enzo Traverso. Cosmopoli. Figure dell'esilio ebraico-tedesco.




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28 gennaio 2005

Un minuto lungo sessant' anni.

                                  

Ieri, ore 12.30

Un breve suono di campana ci richiama a ricordare. I miei 24 ragazzini s’alzano in piedi e così faccio io, dietro la cattedra.

Questo minuto di silenzio si rivela lungo da passare e mentre li osservo, noto qualche sguardo di sottecchi, qualche sorriso a stento trattenuto.

Solo qualche giorno fa, osservammo un altro silenzio, tre minuti per le vittime del maremoto. Allora, questi stessi ragazzini apparivano più attenti e commossi.

Mi chiedo perché.

Forse perché la tragedia che ha colpito i Paesi dell’Oceano Indiano è recente e la violenza delle onde che tutto ha travolto  riempie ancora i loro  occhi  attraverso le mille immagini,  mille volte ripetute, della TV.

Mi rendo conto che la tragedia della Shoah è per loro, undicenni, ancora bambini, lontana, non rappresenta una sofferenza e neppure un pensiero consapevole. La conoscono solo attraverso alcune brevi letture, le mie parole di queste giorni, qualche immagine in bianco e nero. Alla loro età non è facile capire l’indicibile orrore commesso da uomini su altri uomini sessanta anni fa e, per questo, sono assolutamente convinta che sia ancora più importante aggrapparci a questo giorno della Memoria e far sì che non resti una commemorazione sterile ma che germogli e dia frutti generosi nei loro cuori. E nei nostri.






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27 gennaio 2005

Il giorno della Memoria.




Marc Chagall, Solitudine, 1933.

 

La malinconia pensierosa dell’uomo che stringe nella mano sinistra i Rotoli della Torah  sembra annunciare la bufera che sta addensandosi sul popolo ebraico.

Hitler è appena andato al potere, ma, per chi sa vedere, la tragedia si sta già compiendo.

E Chagall sa vedere al di là della superficie delle cose.

Il violinista non suona più il suo violino che giace nell’erba accanto alla capra. Nel cielo, vola un piccolo angelo che, forse, allevia la pena, ma non può sconfiggerla.




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26 gennaio 2005

Quale Dio dopo Auschwitz?

                                        


Perché Dio fa ciò che fa? Perché non ci ama di più e meglio? Perché abbiamo bisogno di un Dio? Dov’è Dio? si chiede Bernard Malamud. 
Sono aporie che nascono dall’impossibilità di noi uomini di conciliare il Dio di misericordia con la presenza del Male. Domande che sgorgano con più forza dai nostri cuori quando il Male, come ad Auschwitz, si presenta nella sua indicibile perfezione.

Ma già prima di Auschwitz, l’uomo si è interrogato su Dio.

Come afferma Paolo De Benedetti nel suo prezioso Quale Dio? Una domanda dalla storia. Edizioni Morcelliana, queste domande sono già presenti nella Bibbia.
La forma che assumono è quella del riv che in ebraico significa contesa, lite.

L’uomo  entra in lite con Dio quando ritiene che Egli si comporti ingiustamente.

Abramo in Gn 18, 23-24, chiede al Signore se ha intenzione di colpire il giusto con il colpevole “Davvero sterminerai il giusto con l’empio?...Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia”

Anche Giobbe vuole una risposta per le sue sofferenze: “L’onnipotente mi risponda” Gb 31,35.

Procedendo, mille altri sono i casi in cui l’uomo vuole sapere perché Dio lo carica di dolore e la domanda risuona nel corso della Storia fino ai giorni nostri.

Elie Wiesel, testimone nella propria carne della tragedia degli ebrei perseguitati dal nazismo, scrive pagine grandiose nelle quali  Michael, il protagonista di La città della fortuna afferma:” Io Lo seguirò. Lo seguirò dappertutto nel tempo e nell’universo. Non mi sfuggirà; Gli starò alle calcagna qualunque cosa succeda, che lo voglia o no. Ha preso la mia infanzia, ho il diritto di chiederGli cosa ne ha fatto.”

Il riv non dà risposte, ma è l’affermazione che in quanto ebrei non si può vivere senza Dio. “Si può essere un buon ebreo con Dio o contro Dio, ma non senza Dio.” come dice lo stesso Elie Weisel.

Ma quale Dio? 

 




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25 gennaio 2005

Prima della Shoah. La storia di Tewje il lattivendolo di Shalom Alechem.

                           




Tu lo voglia o no , sei obbligato a vivere.

Queste parole esprimono magnificamente il sentimento che anima Tewje il lattivendolo 

Tewje parla, parla, è un fiume di parole. Racconta la sua vita di affanni e di dolori, della moglie Golde, delle sette figlie da maritare, del suo lavoro sempre in giro a rifornire di latte, burro e formaggio i ricchi di Jehupez con il suo fedele cavallino che condivide la sua fatica quotidiana. E racconta dei pogrom che ripetutamente massacrano gli ebrei di Boiberik, di Odessa, di Rostow e di altre città agli inizi del Novecento.

Noi conosciamo la sua storia, che egli stesso racconta in una sorta di lunghissimo monologo a Scialom Alechem, lo scrittore che lo fa vivere, e ci inoltriamo nel mondo ormai scomparso degli Ostjuden e della shtetl.

Tewje ne è il protagonista assoluto e guai e preoccupazioni sono i suoi compagni.

Zeitel, la prima figlia, s’innamora di un povero sarto e insieme sono consumati dal lavoro e dalla miseria, Hodel, la seconda, sposa uno studente stracciato e rivoluzionario che, subito dopo il matrimonio viene arrestato e spedito in Siberia e, così via, non c’è da attendersi niente di meglio dal destino.

Ma Tewje non si smarrisce, in ogni istante non dimentica di essere una creatura di Dio e con Dio dialoga, a Lui si rivolge infarcendo i suoi interminabili e sbilenchi discorsi di citazioni bibliche di passi talmudici, di insegnamenti midrashici. Un sensale di matrimoni, una volta, esasperato, gli dice “Empite tutto il cielo con le vostre citazioni.”  ed è proprio così.

L’eterno, sia Egli benedetto è sempre presente nella sua esistenza e Tewje gli parla come - sia fatta distinzione fra di loro- fa con il suo cavallino.

In merito alla povertà, lui povero, dice che Dio stesso non può soffrire i pitocchi! Perché? Perché se Dio amasse il povero, il povero non sarebbe più povero.

Oppure Dio volle fare un piacere ai suoi ebrei e mandò loro una disgrazia, una piaga…

Frasi scombinate, assurde ma che in fondo rivelano una logica stringente che nasce dallo sguardo ironico con cui egli osserva le cose della vita.

Tewje impersona l’ebreo della Diaspora che è provato da secoli di miseria, ma che non cede sotto l’accumularsi dei pesi della sfortuna. China la testa, ma non scorda che come ogni ebreo è destinato a una fortuna diversa.

Romanzo fondamentale per conoscere l’opera di Sholom Aleichem, La storia di Tewje il lattivendolo, ci porta a scoprire un mondo ormai scomparso dove la disperante realtà non impedisce di sorridere e di avere un animo capace di poesia.

Di fronte alla natura di un giorno di fine estate, Tewje pronuncia queste parole:
Il bosco è ancora verde, i pini odorano di resina e mi sembra che il bosco sia la capanna di Dio.




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24 gennaio 2005

Per non dimenticare.

 http://www.radio.rai.it/radio3/

Da ascoltare, su segnalazione di http://botteghecolorcannella.splinder.com/

Grazie.





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23 gennaio 2005

Prima della Shoah.

                            

Prima della Shoah nelle regioni orientali dell’Europa c’era il mondo della shtetl, il misero borgo ebraico che  aveva attraversato secoli di storia affrontando mille pericoli.

Gli ebrei della shtetl parlavano yiddish ed esprimevano in questa lingua il sentimento malinconico dell’esistenza temperato dall’autoironia con la quale sempre guardavano alle cose della vita.

La shtetl  s’ergeva nella propria fragilità a contrastare il destino di dispersi, era la sopravvivenza di fronte allo sradicamento della Diaspora.

Il mondo della shtetl era abitato da uomini e donne che condividevano una vita povera, fatta veramente di poco, ma illuminata dalla gioia di vivere che trovava alimento nella preghiera, nello studio della Torah e che si esprimeva nelle piccole o grandi storie personali.

Uno dei massimi cantori della shtetl è stato Sholom Aleichem.

Sholom Aleichem letteralmente significa “ pace su voi” ed è lo pseudonimo di Shalom Rabinovic scrittore  ucraino nato nel 1859 a Pereyeslav e morto a New york nel 1916.

Soprattutto nei racconti, tra i quali brilla La storia di Tewje il lattivendolo, Aleichem narra l’alternarsi di fortuna e disgrazia nella vita degli ebrei orientali, gli Ostiuden, tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento.

Come si legge nella prefazione di Gad Lerner “ Viene proprio da chiedersi come sia possibile ridere tanto leggendo un libro ( La storia di Tewie il lattivendolo) così triste.”, Aleichem racconta con leggerezza storie dure, difficili, disperate e il riso che ci strappa è un appassionato strumento di conoscenza di quel mondo che è scomparso definitivamente sotto la barbarie nazista.




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22 gennaio 2005

Cinema e scrittura.



Sfogliando un po’ a caso le pagine de I film della mia vita di Francois Truffaut, mi sono soffermata su Gli uccelli di Alfred  Hitchcock del 1963.

Truffaut, che ammira indiscutibilmente il regista inglese, afferma che questo film, poco apprezzato dalla critica, è un’opera importante e in particolare sottolinea : Una cosa mi rattrista, che nessuno ammiri l’idea di partenza stessa del film: gli uccelli attaccano gli uomini…Uccelli qualsiasi, passeri, gabbiani, corvi attaccano gente qualsiasi, gli abitanti di un villaggio costiero. Ecco un sogno d’artista, e per realizzarlo bisogna avere molta arte ed essere il più grande tecnico del mondo.

Parole definitive che trovano ulteriore conferma qualche riga più sotto. Hitchcock ha dato al film uno sviluppo esemplare che può essere così riassunto: a mano a mano che  l’azione va avanti, gli uccelli diventano a. sempre più neri b. sempre più numerosi c. sempre più malvagi.

La suspense è assoluta, non viene mai meno in virtù delle indubbie capacità di regia, ma, come ha già accennato Truffaut, la grandezza sta soprattutto nell’idea iniziale che non è di Hitchcoch, bensì di Daphne du Maurier.

Mi piace sottolineare come la scrittura sia ancora una volta essenziale e come ogni buon film abbia bisogno di una storia o, almeno, di un suo accenno.




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20 gennaio 2005

Lo spettacolo del mondo.

                                        

Tutto ciò che affiora dalla memoria ha  per me un fascino irresistibile. L’incanto dei ricordi mi travolge e amo la scrittura che narra l’esperienza personale della vita.

In questi giorni ho ripreso la lettura de La lingua salvata di Elias Canetti e mi lascio trasportare, attraverso la magia [ri]creatrice delle parole, nel suo mondo lontano e sconosciuto.

Proprio nelle prime pagine, si trova la descrizione degli zingari che arrivano nel giardino della casa del piccolo Elias a Rustschuk sulle rive del Danubio. E’ uno dei passi più belli di tutto il romanzo in cui la realtà sfuma i suoi contorni e ci viene raccontata attraverso lo sguardo attento, ma anche un po’ impaurito del bambino.

Vivevo in un terror panico degli zingari…pensavo che rubassero i bambini ed ero convinto che avessero messo gli occhi su di me.

Attraverso quello sguardo conosciamo: nel mezzo, a testa alta, il patriarca cieco, il bisnonno, mi fu detto, un bellissimo vecchio dai capelli candidi che camminava molto lentamente, sostenuto a destra e a sinistra da due nipoti adulte, vestite di stracci multicolori.

Intorno a lui, pigiandosi gli uni contro gli altri, zingari di ogni età…Il corteo, folto e denso com’era, aveva qualcosa d’inquietante…ed era davvero lo spettacolo più variopinto che si potesse osservare in quella città, pur così variopinta…

Poche parole che trasmettono lo stupore di Elias di fronte al rivelarsi di qualcosa che non fa parte della sua vita, ma che pur nella sua distanza, è sentito come splendido e imperdibile.

Infatti, qualche riga prima, aveva affermato Ma nonostante questa tremenda paura, mai mi sarei lasciato sfuggire lo spettacolo della loro visita, che era davvero splendido.

 

Spesso, per paura, [io]noi ci lasciamo sfuggire lo spettacolo del mondo.



 

                                                                                                  




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