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27 gennaio 2008

Matite colorate.



Ho bisogno di un barattolo di matite verdi, gialle, rosse, blu, arancione e ancora e ancora per colorare un arcobaleno che segni gioioso l'orizzonte.
Per disegnare una scala arlecchino con cui scavalcare il muro.
Per tratteggiare una scia luminosa con cui tornare a casa.






permalink | inviato da nuvolediparole il 27/1/2008 alle 20:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

24 gennaio 2008

Esperienze di vita e vicende di affabulazione.


Sentii il dolore di un nervo trapanato e lanciai un urlo da incubo sperando di svegliarmi, di poter balzare dal letto e accorgermi che non era vero, avevo sognato o che quel che c'era di oscuro e cattivo nella mia immaginazione mi aveva giocato uno scherzo crudele. Ma non era così. Quello che avevo letto era vero ed era lì davanti ai miei occhi [...]

Colui che parla è Cipriano Parodi, un giovane scrittore veneziano, - il suo primo libro, Il fondaco dei Turchi, ha riscosso un discreto successo – che da qualche tempo vive a New York e lavora per il grande romanziere Caspar Jacobi, - Calcolai che dovesse essere più vicino ai sessant'anni che ai cinquanta anche se la sua figura alta o ossuta suggeriva un che di antico, di più antico forse o di non mutevole nel tempo, l'idea che non potesse essere stato più giovane né diventasse più vecchio di quello che appariva, che fosse nato così e che così sarebbe sempre rimasto - nella sua bottega di scrittura che prende ispirazione da quella di Alessandro Dumas.
" Una fabbrica di idee, il laboratorio di un mosaicista [...] in cui operano alcuni giovani preparati e dabbene che io amo come dei figli e dai quali spero di essere amato come un padre. Lavoriamo assieme. Inventano assieme a me, creano assieme a me e io coordino il mio e il loro lavoro. A me e solo a me spetta la fatica di scrivere. "
Così Caspar Jacobi descrive il suo mondo a Cipriano Parodi nel momento in cui l'accoglie nello sterminato appartamento al trentasettesimo piano di un palazzo di Park Avenue proponendogli di diventare uno dei suoi collaboratori.
Cipriano, attratto dalla personalità dell'uomo, firma un regolare contratto di due anni a quattromila dollari al mese e da quel momento diventa un ragazzo di bottega con il compito di produrre trame, intrighi, orditi romanzeschi, cose furtive e feline, passioni e tradimenti da sottoporre all'attenzione del maestro cui spetta il diritto di decidere quando e come utilizzarle.
L'impegno è assoluto e poco il tempo che gli rimane per se stesso, per la propria scrittura, ma un personaggio di grande carattere e forza è lì che aspetta nella profondità della sua immaginazione.
Baron Samedi è un marinaio della Guadalupa che dopo una lunga navigazione a bordo della Bonne Chance sbarca a New York senza sapere che cosa il futuro gli riserverà. Come ogni personaggio è nelle mani del suo creatore sebbene questa impotenza lo faccia soffrire.
Finalmente qualcosa si muove nella mente di Cipriano Parodi e la vicenda di Baron Samedi riprende a fluire. Mentre passeggia lungo la 57° strada, passando di fronte al numero civico 110 sente all'improvviso un fiotto di gioia immotivata, il calore di una amorosa carezza.
La sensazione si ripete ogniqualvolta il barone si trova a passare di lì. Non ne conosce il motivo, ma ben presto cresce in lui il desiderio di scoprire il senso nascosto di quell'inspiegabile fatto.
Ma non è facile e Baron Samedi deve accontentarsi di un passo alla volta.
Infatti, Cipriano Parodi torna alle trame, ai personaggi di Caspar Jacobi anche se lavorare nella bottega di scrittura non è più cosi entusiasmante come all'inizio.
Jacobi, la cui vita è avvolta nel mistero, le poche note biografiche che si hanno di lui dicono poco o niente, è sempre più esigente ed esclusivo. E' onnivoro, s'appropria con una voracità animalesca di tutto ciò che Cipriano gli propone.
Quando lo scrittore confessa “ Mi sono comportato disonestamente con lei [...] Ho già scritto sette capitoli in cui c'è pari pari, presa di peso, se preferisce rubata, la sua idea dell'uomo che si inventa un albero genealogico... “ Cipriano capisce che Jacobi è disposto a tutto.
Su quell'idea non aveva alcun diritto perché Cipriano gliela aveva raccontata in via confidenziale prima della firma sul contratto.
Ora teme che anche Baron Samedi possa solleticare la fame irragionevole dell'uomo e così si propone di non farne parola e di non scrivere neppure una riga: il marinaio della Guadalupa vivrà solo nella sua mente fino alla conclusione della vicenda che lo riguarda.
Ma tutto è inutile perché, nell'ultimo romanzo che Jacobi dà alle stampe,Tiretta's Bazaar, la storia del barone è magnificamente raccontata sotto mentite spoglie.
La trama, il personaggio, sebbene trasportati in altri luoghi e in altri tempi sono quelli e Cipriano Parodi comprende con disperazione che non può più scrivere nulla di Baron Samedi; come personaggio è irrimediabilmente perduto.
Che fare? L'unica possibile vendetta è quella di narrare di sé giovane scrittore veneziano, della bottega di scrittura di Caspar Jacobi, del grande romanziere che si nutre come un vampiro del sangue delle parole degli altri.
L'unica via per uscire dal labirinto in cui è prigioniero è quella di trasformare Caspar Jacobi in un personaggio e di rivelarne la verità, sotto forma di romanzo.
A ben guardare, l'unica verità che abbia un senso.

Alberto Ongaro, Il segreto di Caspar Jacobi




permalink | inviato da nuvolediparole il 24/1/2008 alle 18:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

18 gennaio 2008

Superare gli spazi angusti della lettura.


Tanti sono i personaggi de La taverna del Doge Loredan che s'imprimono nella memoria per la loro straordinarietà. Parlo di Jacob Flinterrabondo, sensuale ed irrequieto, turbolento, visionario -, nato dall'improvvisa passione di Caterina Conti per un giovane zingaro che un giorno passava sotto le finestre della sua casa nel villaggio di Chatham; di Nina Manfrin, la generosa vedova proprietaria della taverna vicino a Smithfield Market, fuggita da Venezia ancora ragazzina, che fa innamorare alla follia chiunque l'avvicini. Lei uscì dalla sala e io rimasi per qualche tempo a bocca aperta, stordito. Mai nessuna donna mi aveva fatto quell'effetto; di Fielding, il capo della malavita londinese, a cui la natura matrigna ha dato in sorte un corpo bellissimo macchiato da un orrendo difetto - Non andargli mai troppo vicino - - E perché mai? - - Perché puzza. Puzza come cento topi morti da otto giorni. Ovunque vada ammorba l'aria. E' una disgrazia, una malattia. Ha speso un patrimonio per curarla, ma non è servito a niente.-
Parlo di Schultz, tipografo editore di discreto nome locale che abita in una palazzina sul rio San Felice ai piedi del ponte del Molin della Racchetta e del suo ineffabile inquilino, socio, più volte detto Paso Doble per una sua nota passione per la danza e che abitualmente accetta di essere chiamato in qualunque modo lo si chiami purché non gli si chieda mai chi esattamente sia e che cosa stia facendo in quella casa.
La storia autobiografica di Jacob Flint, scritta alla fine del Settecento e scoperta sul ripiano di un armadio tra mille altre cianfrusaglie nascoste e poi dimenticate, ha incredibili somiglianze con quella di Schultz, il suo casuale lettore di una notte senza sonno. Le due storie si compenetrano e la vicenda di Jacob diventa, in altri tempi, quella di Schultz.
In un rimando continuo dal passato al presente, tra i campi veneziani e le strade londinesi dove si muovono i personaggi più fantasiosi, ma per questo non meno veri, Schultz si fa audace e, abbandonati, almeno in parte, i panni troppo stretti di lettore, s'insinua nelle pieghe della narrazione, ne coglie i punti deboli o mancanti – alcune pagine del libro ritrovato sono bianche – si diverte a giocare con i personaggi minori che, forse, meriterebbero più dalla vita ma che il destino ha relegato in ruoli secondari.
E' la notte della fecondità creativa in cui s'inventa a sinistra e a destra un'altra trama immaginaria con le sue leggi, la sua arrogante indipendenza, la sua autonomia.
Inoltre, quando, sul fare dell'alba, il libro finisce, dietro l'ultima pagina non c'è più nulla, soltanto il vuoto.
Jacob Flint, infatti, non rivela quale sia la fine di Nina Manfrin. Ma questo è uno spreco inaccettabile, pensa Schultz, soprattutto dopo una notte di sonno perduto.
Chissà, il racconto prosegue altrove come un fiume che si insabbia nella mente del lettore e allora può essere ripreso.
Nina deve essere sottratta all'oblio in cui l'ha relegata la voce di Jacob. Schultz si ripromette di ritrovarla, di darle una nuova possibilità di vita e per questo torna al romanzo, lo sfoglia all'indietro fino alla pagina 155 e di lì s'imbarca sull'Admiral Benbow per arrivare a Londra sulle sue ultime tracce.

Alberto Ongaro, La taverna del Doge Loredan.






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17 gennaio 2008

Monte Forato.

Ecco Monte Forato

con l'anello al naso.

Cuori di carta velina

tremavano nel bosco

per San Rocco.

La banda scesa dal camion

suonava nella pagoda

e i vecchi di Stazzema

battevano il tempo con la coda.

Vittorio Bodini, da Serie Stazzemese, 1961


Ho ricevuto in dono il libro di poesie di Vittorio Bodini, poeta del Sud che non conoscevo. Questa appartiene alla raccolta Serie stazzemese e l'ho scelta perché ha in sé qualcosa di antico che indugia ancora nei miei vaghi ricordi.






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12 gennaio 2008

Un incipit essenziale

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell'indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c'è sempre la televisione accesa. Dillo subito agli altri: “ No, non voglio vedere la televisione! ”
Alza la voce, se no non ti sentono: “ Sto leggendo! Non voglio essere disturbato! ” Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: “ Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!” O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.

Non sto cominciando a leggere Se una notte d'inverno un viaggiatore di Italo Calvino, ma trovo che questo incipit - monito – si può definirlo così – sia assolutamente essenziale.

Italo Calvino, Se una notte d'inverno un viaggiatore




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10 gennaio 2008

L'ombra abitata.

Al centro dell'immagine, in un perfetto equilibrio di luci e di ombre, c'erano due giovani, un ragazzo e una ragazza seduti all'aperto di un bistrot parigino; lei di spalle con un maglione a larghe righe orizzontali probabilmente bianche e blu, in testa un baschetto alla Michèle Morgan dei film di dieci – quindici anni prima, i capelli biondi e lisci pesanti e compatti, le braccia posate sul tavolo, la schiena che si tendeva nello sforzo di avvicinarsi a lui il più possibile; lui quasi interamnete coperto da lei tranne che per le gambe accavallate che spuntavano da dietro il tavolo, una mano dalle lunghe dita attorno al braccio destro di lei come ad aiutarla nel gesto amoroso che stava compiendo.

La fotografia – del polacco Karol Labronski - che sta osservando alla Hayward Gallery di Londra ha qualcosa di intimo che colpisce la sua attenzione.
La giovane donna di cui non può vedere il volto non gli è sconosciuta. Quel maglione a righe bianche e blu, quel basco di foggia antica, quei capelli biondi, pesanti e compatti sono, ne è sicuro, di Rose Lafitte che molti anni prima a Parigi gli rubò il cuore.
Ma il ragazzo di cui s'intravede una mano affusolata e le gambe accavallate non è lui. Quelle scarpe a due colori, americane, non sono le sue.
E poi, nel Maggio del 1958 – il cartiglio sotto la foto riporta quella data – Rose non era più la sua ragazza.
Di fronte all'immagine, il tempo si annulla e il ricordo, a lungo sepolto, di quei giorni lontani, insieme felici e tristi, si apre un varco attraverso il cumulo degli anni trascorsi e torna a farsi memoria consapevole.
L'uomo che è ormai diventato non ha più bisogno di Rose, ma l'averla inaspettatamente ritrovata lì tra decine e decine di fotografie esposte alla Hayward Gallery, vuole forse dire qualcosa.
Il ragazzo che era, un giovane incapace di sostenere il dolore dell'esistenza, torna a battere prepotentemente dentro di lui e lo spinge a sapere.
Rose che apparteneva a quella razza superiore di persone che non pagano mai né per le grazie di cui sono state dotate né per i danni che arrecano agli altri, estranei al mondo delle cause e degli effetti, protette da divinità compiacenti forse innamorate di loro così come le dee di un tempo si innamoravano di fortunati mortali, indenni, immuni...felici...che fine avrà fatto?
Inizia così un viaggio difficile ma non impossibile verso il proprio passato in cui l'uomo maturo, attraverso una straordinaria concatenazione di ricordi, ritrova se stesso quando aveva poco più di vent'anni.
A poco a poco, la ricerca di Rose diventa un'ossessione.
La fotografia indica il cammino da fare: ripercorrere le strade di Parigi, rivisitare i luoghi che li avevano visti insieme, incontrare, nella speranza che sappia, chi la conosceva.
Ma Rose sembra essere sparita, così come fece quel giorno lontano in cui se ne andò portando via con sé tutta la felicità e quella sovrumana salute di corpo e di anima che la caratterizzava.
Una cosa aveva capito vivendole accanto: la vita per lei era qualcosa di commestibile di cui alimentarsi e godere ogni giorno evitandone scrupolosamente gli aspetti più amari, voltando loro le spalle, opponendo loro un brutale rifiuto. Non che lei ne fosse del tutto consapevole: si poteva dire piuttosto che i suoi dèi protettori le permettessero di vedere soltanto la gioia e che oscurassero il mondo lì dove fermentavano disperazione e dolore, l'ombra abitata dal male sulla quale il suo sguardo scivolava via frettoloso.

A distanza di anni, nella fotografia che la ritrae, c'è qualcosa di lei che, questa volta, non vuole lasciarsi sfuggire.
Un che di incompiuto che va inseguito e che, una volta afferrato, gli permetterà di ricomporre l'immagine di Rose nella sua interezza rivelando infine la verità che da ragazzo, tanti anni prima, aveva soltanto sfiorato.

Alberto Ongaro, L'ombra abitata

Grazie a Stefania per il suo, come sempre, prezioso consiglio di lettura.








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4 gennaio 2008

Perdidos


El mar apenas jadeaba.
Todas las cosas parecìan remotas,
también ellos parecìan remotos.
Louise flirteaba como siempre con Marc.
Nicola como siempre proponìa de banarse desnudos.
Marta caminaba en la orilla triste
y sin peso como una sombra.

Di primo mattino, ancora in pigiama, con un senso di indecisione nei confronti della vita, come ormai gli capita da tempo – quasi un malessere – Massimo Senise legge la versione spagnola del suo ultimo romanzo, La sconfitta. Nella traduzione della Editorial Suspense, Perdidos.
Nel primo capitolo, i personaggi – ragazzi e ragazze – sono su una spiaggia in una calda giornata estiva. Massimo li ritrova, quasi li riscopre uno dopo l'altro. Quando giunge al punto in cui Marta caminaba en la orilla triste y sin peso como una sombra s'interrompe di colpo, stupito. Marta? Non ricorda quel nome, non crede di aver mai creato quel personaggio.
Spinto dalla curiosità prende dalla libreria una copia dell'originale italiano e comincia a leggere.
Ci sono tutti: Marc, Nicola, Francine, Robert, Laura, Louise, Marcello, Luca, ma non c'è Marta e soprattutto nessuna ragazza caminaban en la orilla triste.
Marta non fa parte del suo romanzo. Incapace di capire che cosa sia accaduto, cerca il nome del traduttore e scopre che è quello di una donna: Magdalena Vegas Palacio. Non la conosce, evidentemente è la prima volta che traduce un suo libro.
Dovrebbe essere irritato per questa violazione del suo testo, ma, al contrario, è quasi ammirato per la capacità di scrittura della sconosciuta Magdalena. Pensa che la scena in cui appare Marta sia molto bella, cinematografica, e vorrebbe averla scritta lui.
Chiude il libro, ma la ragazza che cammina sulla riva del mare lo accompagna fino a sera quando decide di riprendere la lettura.
Nelle pagine successive del romanzo di Marta non c'è più traccia, ma Massimo scopre che Magdalena Vegas Palacio ha tradotto molto liberamente il passo in cui la farfalla che vola intorno alla testa di Marc all'improvviso sparisce. Nella versione spagnola, la farfalla non sparisce, bensì muore – y de repente muere -.
Perché?
Continuando, ormai con sgomento, incontra un'altra manipolazione quando Luca e Louise litigano.
Parlano del fallimento del loro matrimonio incolpandosi. Por tu culpa è scritto nella versione spagnola, ma la frase è un'arbitraria invenzione.
E c'è qualcosa di più, qualcosa di non detto che spinge per farsi avanti. Se le tre intrusioni vengono lette in sequenza assumono un indubbio significato: Marta muere por colpa tua.
Questo è un messaggio diretto a lui, allo scrittore di La sconfitta. Marta, chiunque sia, sta per morire e Magdalena Vegas Palacio sembra incolparlo.

Inizia da questa sconvolgente intuizione, la ricerca della verità. Ma quale verità? Tra la realtà narrativa – i personaggi, le storie, i luoghi degli altri suoi romanzi, alcuni dei quali dimenticati – e la realtà vissuta – andando indietro nel tempo agli anni della sua giovinezza – Massimo Senise intraprende un cammino che lo porterà a ricordare e a [ri]conoscere, con un certo sentimento di mancanza, una parte lontana di sé.

Alberto Ongaro, La versione spagnola






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1 gennaio 2008

Una tazza da barba e uno scialle da preghiera.


Siamo in posa, in costume da bagno,
un Roth dietro l'altro,
sul prato antistante la pensione di Bradley Beach
dove la nostra famiglia affittava una camera da letto
con uso di cucina ogni estate per un mese.
E' l'agosto 1937. Abbiamo quattro, nove e trentasette anni...

In questi giorni di festa, nella solitudine condivisa di Mammiano, mi sono immersa nella lettura dei romanzi che ho ricevuto in regalo.
Appena terminato La sovrana lettrice, ho scelto La versione spagnola di Alberto Ongaro, poi sono passata a Patrimonio di Philip Roth. Ora sto leggendo con grande piacere Il libro di Ebnezer LePage di G.B. Edwards.
Libri diversissimi tra loro, ma capaci di coinvolgermi pagina dopo pagina, soprattutto il testo autobiografico di Roth scritto in ricordo del padre.
La scoperta della malattia che condannerà Herman Roth porta suo figlio Philip a intraprendere un lungo e tortuoso viaggio attraverso i fili dispersi della memoria.
I giorni trascorsi con il padre ammalato, giorni pieni di angoscia e disperazione, sono tristi ma preziosi perché insieme al dolore portano con sé una consapevolezza di essere e di appartenere che per lungo tempo è rimasta soffocata tra le pieghe arruffate dell'esistenza.
I ricordi – uno dopo l'altro – si rivelano, legano il passato al presente dando vita a un'epica storia personale, familiare, sociale tra la Galizia polacca e il New Jersey. Riannodati insieme dalla volontà tenace del padre che non vuole dimenticare, costituiscono un patrimonio irrinunciabile che come la tazza da barba del vecchio nonno Sender o lo scialle da preghiera ritrovato in un cassetto del comò della camera da letto della casa di Newark, Philip porterà sempre con sé.





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