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30 aprile 2008

Un pizzico di follia fa bene...



Un pizzico di follia fa bene
a primavera perfino al re,
ma Dio protegga il clown -
che riflette su questa scena tremenda -
su questo intero esperimento verde -
come se gli appartenesse!




permalink | inviato da nuvolediparole il 30/4/2008 alle 10:25 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

25 aprile 2008

Una difficile condizione di lontananza.


Quasi tutti in Cielo guardano qualcuno sulla Terra, una persona amata, un amico, o persino un estraneo che si è dimostrato gentile, che ci ha offerto cibo caldo o un sorriso luminoso quando ne abbiamo avuto bisogno. E nei momenti in cui non guardavo, sentivo gli altri parlare ai loro cari sulla Terra, come me senza riuscirci, temo...

Susie Salmon, sì proprio come il pesce, è nel suo Cielo personale in cui alcuni desideri si realizzano, ma altri, come quello di tornare a vivere e a crescere sono impossibili, e da lassù osserva i suoi cari, i genitori Jack e Abigail, Lindsey, la sorella minore, e il piccolo Buckley.
E' stata violentata e assassinata brutalmente a quattordici anni, il sei dicembre del 1973, in un campo di granoturco, da un vicino di casa, un po' strano, ma niente di più. Del suo corpo è stato ritrovato solo un gomito, in bocca al cane degli anziani signori Gilbert, troppo poco perché la polizia possa seguire una traccia sicura. Dopo qualche giorno gli scavi effettuati nel campo di granoturco pieno di sangue restituiscono un berretto a pon pon, il romanzo Il buio oltre la siepe e un quaderno di appunti, terribili indizi che Susie è stata uccisa: la polizia parla apertamente di omicidio, ma brancola nel buio.
Il signor George Harvey, il vicino di casa, non desta sospetti e continua la sua vita di sempre: costruisce case di bambole, disegna e realizza architetture bizzarre, colleziona segretamente nella cantina della sua casa verde gli oggetti, per lui più preziosi, delle sue vittime.
Guardava i notiziari alla televisione e sfogliava i giornali, ma continuava a indossare la sua innocenza come un vecchio e consunto cappotto. Dopo il tumulto, dentro di lui c'era la calma.
Dall'alto del suo Cielo, Susie lo segue e scopre quello che nessuno sulla Terra può sapere della sua esistenza presente e passata.
Solo Jack, il suo adorato papà, intuisce qualcosa il giorno in cui aiuta il signor Harvey a costruire nel giardino della casa verde una tenda alla maniera degli Imezzureg, ma nessuno gli crede e i suoi tentativi di trovare delle prove falliscono.
Susie non può aiutarlo, ma ogni tanto gli fa visita: è un soffio, un'ombra che subito scompare. Incapace di accettare il distacco impostole da chi l'ha strappata alla sua giovane vita, a volte si manifesta all'improvviso anche a Lindsey, a Buckley, alla silenziosa compagna di scuola Ruth, a Ray Singh: non vuole abbandonare coloro che ha amato.
I morti stanno accanto ai vivi anche se questi ultimi, spesso, non se ne rendono conto.
Il tempo trascorre, Susie nel suo Cielo è ancora una ragazzina di quattordici anni, ma sulla Terra gli altri crescono, invecchiano e le cose cambiano. Lei può solo guardare con curiosità e provare nostalgia, felicità insieme a tristezza, per quello che accade.
Lindsey, la sorella minore, ora è più grande di lei, ha il ragazzo, è diventata una giovane donna e anche Buckley è ormai un dodicenne che frequenta le medie. Sua madre Abigail non ha superato la tragedia della sua morte e, a differenza del padre che ha sopportato il dolore nella speranza di riuscire a trovare qualcosa per smascherare l'assassino della sua Susie, ha esaudito il più terreno dei suoi desideri: sfuggire al suo cuore distrutto nella clemenza dell'adulterio.
In seguito, dopo aver capito che neppure tra le braccia di Len Fenerman, il poliziotto che non ha saputo risolvere il caso della morte di sua figlia, non può trovare la pace, fugge da tutti e per anni non fa ritorno a casa, ma Susie è sempre con lei, così come con Jack, Lindsey, Buckley, la nonna Lynn, che va a vivere con loro, e i suoi amici.

Amabili Resti è un romanzo intenso. L'assassinio di Susie Salmon con cui inizia il racconto è lo spunto per una riflessione commovente, ma non banale, sul rapporto impossibile – ma è poi così? - tra i vivi e i morti.
Susie, dall'alto del suo Cielo, ci narra in prima persona questa penosa condizione di lontananza e ci conduce per mano, passo dopo passo, a scoprire la sofferenza di chi rimane sulla Terra, di chi deve rinunciare a qualcuno che ha profondamente amato.

La fascetta che avvolge la copertina di Amabili Resti nelle edizioni e/o annuncia che dal libro è stato tratto un film thriller diretto da Peter Jackson.
Non so, nutro qualche dubbio. Per me la definizione di thriller è inappropriata al romanzo di Alice Sebold, ma, forse, il film racconta un'altra storia.

Alice Sebold, Amabili Resti.




permalink | inviato da nuvolediparole il 25/4/2008 alle 7:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (9) | Versione per la stampa

24 aprile 2008

Lentamente.

Il tempo passa velocemente, lo ripetiamo tutti in modo ossessivo, ma in fondo con un pizzico di verità.  Presi dai nostri affanni quotidiani, divoriamo le ore, i giorni, i mesi, gli anni. Alle fine, ci sembra di stringere nel pugno un mucchietto di sabbia e siamo sempre, quasi sempre, insoddisfatti.
Le nostre aspettative spesso sono deluse e allora ci chiediamo a che pro tutto questo correre.
Io sto attraversando un periodo difficile e il mio tempo ora scorre lentamente, scandito dai ventuno giorni che separano i cicli della chemioterapia.Ventuno giorni che segnano il mio orizzonte. Un giorno dopo l'altro, mi allontano dalla precedente somministrazione per avvicinarmi alla successiva. Un tempo chiuso tra due accadimenti che si ripetono identici e di cui conosco, nel bene e nel male, ogni aspetto.
Ma sebbene lentamente, - e la lentezza può essere un qualcosa di prezioso - anche il mio tempo va.

Ieri ho fatto la quarta chemioterapia e posso spingere lontano il mio sguardo, ai primi giorni di Giugno.
Lentamente, ma con volontà e determinazione.





permalink | inviato da nuvolediparole il 24/4/2008 alle 0:28 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa

20 aprile 2008

Il potere letale della parola.


Possono le infantili parole di una filastrocca diventare uno strumento di morte?
Il giornalista Carl Streator - un  passato di dolore alle spalle -  lavora a un'inchiesta sulla sindrome della morte in culla e scopre che a ogni bambino degli ultimi cinque deceduti improvvisamente senza un apparente motivo era appena stata letta una ninna nanna africana contenuta nella raccolta Poesie e filastrocche di tutto il mondo.
L'assurdo incredibile sospetto gli s'insinua nella mente fino a diventare una tragica certezza quando, una sera, legge i versi maledetti al suo caporedattore Duncan. E Duncan il giorno dopo viene trovato morto nel suo letto.
Il potere. Carl Streator apprende con orrore la forza del potere malvagio che si cela nelle parole di una dolce ninna nanna e intuisce che la vita di uomini e donne può essere messa a repentaglio dalla ripetizione di pochi versi senza pretesa.
Il mondo, pieno di suoni e di rumori che si accavallano impazziti e in cui il silenzio è un bene raro e prezioso, può essere annientato. Il potere della parola diventa assoluto e Carl Streamer lo possiede da quando, per la prima volta, ha letto quelle otto righe assassine a pagina ventisette del libro.
Ne ha paura perché sa che è difficile controllarlo e teme che altri possano venirne a conoscenza.
Inizia allora un'ulteriore ricerca che lo porta a indagare sui casi di morte in culla avvenuti negli ultimi venticinque anni.
Helen Hoover Boyle, un'agente immobiliare dai capelli rosa che vende con l'inganno ville infestate, nega di aver mai avuto un figlio e che questo sia morto improvvisamente poco dopo la nascita, ma Carl Streamer sa che non dice la verità.
Anche Helen conosce la ninna nanna che dà la morte e, infine, sembra accettare la proposta di Carl di impedirne la diffusione. Insieme iniziano un viaggio alla ricerca delle cinquecento copie della raccolta. Visitano biblioteche, librerie, case private e quando trovano il libro, ne strappano la pagina ventisette a cui danno fuoco.
Ma la poesia è ormai una presenza indelebile nella loro menti, è un pericolo che si portano dentro. Se qualcuno li ostacola – il bibliotecario che non vuole rivelare il nome di chi ha preso in prestito il libro, il capo della polizia che nutre qualche dubbio - le parole di morte sorgono prepotenti dai recessi della memoria e non lasciano scampo.
Carl Streator ne è sconvolto, eppure si rende dolorosamente conto che per salvare l'umanità dalla distruzione non c'è altro modo che sacrificare alcuni innocenti.
Helen Hoover Boyle è più determinata, non sembra provare ripugnanza per quello che fa, non ha sensi di colpa e Carl, a poco a poco, comincia a  nutrire il sospetto che la donna usi la filastrocca per uccidere su commissione.
A Carl ed Helen, si uniscono Mona, la segretaria dell'agenzia immobiliare, che vuole trovare il libro di tutti gli incantesimi, e Ostrica, il fanatico ecologista i cui ideali sbiadiscono nel conseguimento di interessi personali.
Ninna nanna è un romanzo visionario – una contaminazione di generi - sul potere che corrompe, che spazza via la volontà di chi lo possiede e volge il bene in male, ma, sebbene faticosamente, lascia trapelare uno spiraglio di luce.

Chuck Palahniuk, Ninna nanna.




permalink | inviato da nuvolediparole il 20/4/2008 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

19 aprile 2008

Le sei cose che...

Liberostile mi coinvolge nel gioco: Le sei cose che mi piace fare.
Quando mi si chiede di rispondere a una domanda come questa, sono in difficoltà. Sei cose sono poche e troppe allo stesso tempo: devo escludere e includere e non sono mai sicura di fare la scelta giusta. Ci provo.

 REGOLAMENTO:
1.     indicare il link di chi vi ha coinvolti
2.     inserire il regolamento del gioco sul blog
3.     citare sei cose che vi piace fare e perché
4.     coinvolgere altre sei persone
5.     comunicare l'invito sul loro blog

Amo leggere e rileggere romanzi e racconti dei miei Autori preferiti. Uno per tutti: Paul Auster.
Mettere per iscritto su un quadernetto riflessioni personali e appunti di viaggio.
Viaggiare, sì viaggiare. Perdermi nelle metropoli, soprattutto Londra, e scoprire le città di provincia e i piccoli borghi.
Vivere serenamente la vita familiare. In questo momento mi è indispensabile.
Di quando in quando, trascorrere una serata divertente in compagnia delle amiche. E' successo proprio ieri sera.
Curare il mio blog e leggerne tanti altri.
Ecco, sono arrivata a sei e devo fermarmi come impone il regolamento.

Stefania, Emma, Esperimento, LiberaliperIsraele, Giulia, Liseuse, se interessate, sono invitate a partecipare.





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13 aprile 2008

Meddah, il narratore di fiabe.


Armeni, curdi, turchi: tre popoli nemici intrecciano le loro storie nel territorio dell'Hayastan tra la fine dell'800 e l'inizio del '900 sino al terribile 1915.
Colui che racconta è Meddah che ha un compito difficilissimo da portare a termine: rivelare la verità a Thovma Khatisian, un vecchio armeno ormai prossimo a morire.
Meddah, che insieme alla sua ombra vive nella mente di Thovma, si definisce un narratore di fiabe, ma le sue parole non sono menzognere perché non nascondono, ma dicono in un altro modo.
Sul filo dei ricordi che il passare degli anni non ha indebolito, Meddah porta Thovma a ripercorrere i sentieri dolorosi delle vicende del popolo armeno che si riflettono in quelle della sua famiglia, i Kathisian di Yedi Su, un piccolo villaggio di montagna nel distretto di Bakir.
L'Hayastan è la terra armena perduta, il paese degli avi: “ Là dove i monti toccano le nuvole. Dove gli uomini robusti si aggiogano al kuthan, il grande aratro armeno – là su quei poveri campi – e tirano a gara con i buoi... Là dove le donne hanno seni turgidi, perlacei, roridi come melograni rugiadosi di primo mattino...”.
Il personaggio che domina la scena è Wartan, il padre di Thovma, innocente vittima non priva di dignità e coraggio, come tutto il suo popolo, dei turchi.
Nasce a Yedi Su, diventa raccoglitore di sterco, ma il suo sogno è quello di diventare poeta. Ancor giovane, emigra in America in cerca di fortuna, poi fa ritorno alla sua terra per sposare Anahit, una ragazzina senza più volto – da piccola ha perso i genitori e quasi la sua stessa vita nell'incendio della casa appiccato dai curdi del sultano – ma con gli occhi aperti al sorriso.
E' l'anno 1914, l'attentato di Sarajevo scuote l'Europa che precipita inevitabilmente verso la guerra. Wartan, ormai sposo felice di Anahit e in attesa del primo figlio, viene travolto dagli eventi tragici che s'innescano a catena.
Senza alcuna ragione, un giorno, quando il letargo delle marmotte divenne più leggero e la terra attendeva il disgelo, arrivò un drappello di zaptiè e si fermò davanti alla casa della famiglia Khatisian. Non trovarono molto, solo qualche innocente fotografia che apparteneva a Wartan, e i suoi documenti, carte con timbri e visti stranieri, custodite in una scatola.
Wartan viene portato via a Bakir e imprigionato come traditore. Il mudìr di Bakir sentenzia:
" Questo armeno non farà mai ritorno dai suoi..Non vedrà mai neanche suo figlio..Questo armeno con il suo passaporto americano sentirà solo le proprie grida e saranno così forti che le udrà anche suo figlio nel ventre della madre...Molti grideranno di questo popolo di traditori. Alcuni grideranno più forte e alcuni più piano. Ma ogni volta che grideranno i giusti del paradiso si tapperanno le orecchie. E le ossa dei credenti, che profumano di muschio e di lavanda, riposeranno più dolcemente. Il Profeta ha maledetto questi infedeli. Che le madri sussiltino, a ogni grido dei loro figli. "
Così, nell'indifferenza del mondo che non lo riconosce, si compie il massacro degli armeni, violentati, deportati, uccisi. Ancor oggi il mondo stenta a riconoscerlo ma Meddah, il narratore di fiabe, non s'arrende e, anche se con parole diverse, vuole rivelarci la verità.

Edgar Hilsenrath, La fiaba dell'ultimo pensiero.




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11 aprile 2008

George and Uòlter.


Ieri, George Cloney e Walter ( Uòlter ) Veltroni
si sono incontrati in un bar di Milano.
Che cosa si saranno detti?
Nespresso! What else?
P.S. Post in - utile come il mio voto di Domenica.




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9 aprile 2008

Il narratore di fiabe.

“ Tutto ciò che vedo “ disse l'ultimo pensiero al narratore di fiabe “ lo vedo con i tuoi occhi. E tutto ciò che sento lo sento con le tue orecchie. Ma gli occhi e le orecchie di un narratore di fiabe non sono menzogneri proprio come la sua lingua? E perché mi racconti delle storie inventate anche se so bene che vorresti raccontarmi la verità? “
“ Perché io sono il narratore di fiabe “ rispose il narratore di fiabe. “ E perché racconto la verità, solo in modo diverso. “

Edgar Hilsenrath, La fiaba dell'ultimo pensiero.
[ Ho appena iniziato a leggerlo, dopo un'attesa di anni. Ho posato lo sguardo sul bordo bianco della copertina che da sempre spiccava tra gli altri libri e mi sono decisa. ]




permalink | inviato da nuvolediparole il 9/4/2008 alle 7:40 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa

5 aprile 2008

The Septembers of Shiraz.


Anni dopo quando i suoi genitori emigrarono in Israele, lei, rimase in Iran:
“ Perché dovrei partire? disse. “ Questo è il mio Paese e io sono felice proprio qui”


Farnaz resta nella sua casa di Teheran con la sua famiglia: Isaac Amin, il marito, Parviz, il figlio, e la piccola Shirir di nove anni.
Solo Parviz, all'età di diciotto anni, dopo l'ascesa al potere di Khomeini e lo scoppio della guerra con l'Irak si rifugia all'estero. Studia architettura alla New York University e vive a Brooklyn in uno scantinato nella casa di Zalman Mendelson, un ebreo chassidico la cui fede assoluta sente estranea e profondamente lontana dalla sua. Solo Rachel, la figlia più grande di Zalman, allevia la sua solitudine sebbene tra loro ogni momento di vicinanza sia proibito.
A Teheran, nel frattempo, la situazione precipita e i Guardiani della Rivoluzione  si fanno sempre più arroganti e prepotenti violentando la vita di coloro che sono invisi al potere teocratico islamico.
Centinaia di uomini e donne sono arbitrariamente arrestate ogni giorno. Tra questi, Isaac Amin che viene prelevato dal suo ufficio il 20 settembre 1981 a mezzogiorno e mezzo di una calda giornata ormai autunnale.
Isaac è un gemmologo e un gioielliere di grande qualità e raffinatezza. Da giovane ha studiato letteratura, poi ha lavorato duramente risollevando la situazione materiale della sua famiglia gettata in disgrazia dalle malefatte del padre ormai vecchio e vicino alla morte.
Per i Guardiani della Rivoluzione che l'arrestano, la sua colpa è quella di essere un ebreo, un ebreo ricco.
Accusato di essere un sostenitore dello Stato d'Israele per i suoi frequenti viaggi a Gerusalemme – inutilmente ripete che ha viaggiato in tutto il mondo per il suo lavoro ed è stato in tantissime altre città - senza alcuna prova, è incarcerato nella prigione  sulle colline di Teheran.
Qui scopre l'immensità della tragedia che da due anni il suo Paese sta sopportando; tragedia che già l'aveva colpito – reso attonito - quando il suo amico Kourosh Nassiri era stato ucciso. La morte di Kourosh gli aveva fatto capire che ora le esecuzioni non erano più riservate agli amici dello scià, generali, sostenitori. Chiunque poteva essere eliminato. Chiunque non piacesse al nuovo regime o non collaborasse a dovere.
Nella prigione incontra ogni sorta di detenuti: il sedicenne Ramin che ha gettato della vernice rossa su un mullah, il comunista Mehdi che già aveva combattuto contro lo scià, il pianista armeno Vartan e tanti altri, tutti ritenuti nemici, tutti considerati colpevoli di qualche misfatto contro la purezza islamica del nuovo sistema politico-sociale-culturale.
Nella prigione, la tortura è una pratica quotidiana e ben presto Isaac Amin, Fratello Amin come è d'obbligo chiamarlo, conosce il suo inquisitore, Fratello Mohsen. Sperimenta la tortura, frustrate sui piedi che diventano un ammasso di carne e sangue, ma cerca di resistere.
Quando Fratello Mohsen gli ordina di parlargli di sé, di riconoscere le sue colpe, di tradire il fratello Hamid sospettato di contrabbando, Isaac risponde con poche parche parole.
Il mio nome è Isaac Amin. Sono nato nella città portuale di Khorramshahr, da Hakim e Afshin Amin. Sono il maggiore di tre figli. Da giovane ho lavorato con funzioni amministrative in una raffineria di petrolio ad Abadan. Ho studiato letteratura e poesia, poi gemmologia, prima di iniziare la mia attività nel settore dei gioielli. Volevo diventare poeta, ma mi sono reso conto che le parole non assicurano il cibo in tavola. Vivo a Teheran. Sono sposato, ho due figli.
Spero di non lasciare questo mondo senza prima aver rivisto la mia famiglia.
A uno a uno, anche il ragazzino Ramin, i suoi compagni di cella vengono giustiziati. Isaac trascorre un lunghissimo periodo di tempo in isolamento, aspettando la sua morte tra un interrogatorio e l'altro.
Improvvisamente la liberazione, dopo aver citato un versetto del Corano imparato a memoria nelle lunghe ore di solitudine – era l'unico libro che gli avevano permesso di leggere - : “ Il potere di Abu Lahab svanirà e anche lui svanirà “ e la promessa di donare alla Rivoluzione Islamica ogni suo avere.
Il senso di colpa è forte perché con i suoi soldi che lo riscatteranno farà del male a degli innocenti, aiuterà la loro condanna, ma che cosa può fare? Farnaz e Shirin lo stanno aspettando, forse lo credono già morto. Parviz ha bisogno di lui.
E così accetta, la sua ricchezza in cambio della sua libertà.
Una volta fuori, scopre che a tradirlo è stato Morteza, il figlio di Habibeh, che da vent'anni è con loro, fedele domestica. Ma ora l'odio fomentato dalla Rivoluzione ha cambiato le cose. Morteza è diventato una spia e la stessa Habibeh sembra vacillare nella sua lealtà.
La vita a Teheran è pericolosa e, nonostante che l'Iran sia il loro Paese da sempre, Isaac e Farnaz dovranno fare la scelta dolorosa di lasciarlo.
Se sarà ancora possibile.

Dalia Sofer, La città delle rose.
( Per l'interivista ho utilizzato un post di Fuori dal Ghetto che ringrazio di cuore)
Il titolo in inglese del romanzo di Dalia Sofer è The Septembers of Shiraz e ricorda la città di Shiraz.
" Città
dei poeti e delle rose " in cui Isaac e Farnaz s'incontrarono per la prima volta e s'innamorarono.




permalink | inviato da nuvolediparole il 5/4/2008 alle 10:11 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (11) | Versione per la stampa

3 aprile 2008

TRE

Ieri ho fatto la terza chemioterapia. Posso cominciare a contarle mettendole in fila: 20 Febbraio, 12 Marzo, 2 Aprile.
Non più una, né due, ma tre. Mi ripeto che devo guardare avanti con fiducia - in verità i miei familiari e i mie amici mi spronano a farlo, a volte con un'insistenza un po' fastidiosa - mi dico che ora voltarmi indietro a ciò che è stato non serve a niente, ma non sempre ne sono in grado.
Ci sono momenti di infinita stanchezza.
Con Iris, la compagna di questo viaggio, ci siamo ritrovate nella camera verde, la stessa della seconda somministrazione.
Tra parole e silenzi improvvisi ci siamo rispecchiate nella nostra fragilità, riscoprendoci infine più forti e capaci di affrontare le avversità di questo lungo periodo.
Ieri, Iris non indossava la parrucca e anch'io ho avuto la tentazione di toglierla, ma poi non l'ho fatto.
Non sono pronta, la semplice spiegazione che mi sono data, accettandola serenamente. Un atto di ribellione consapevole che avrà il suo tempo per compiersi.
Oggi iniziano i giorni difficili da superare con volontà e pazienza.
Sono preparata sebbene la sofferenza fisica che ci sarà e soprattutto la sua anticipazione mi rende inquieta.
Ho trascorso questa notte quasi insonne tra lettura e scrittura. Ora sono alla tastiera nel silenzio della casa addormentata. Da fuori, nel buio che ancora non vuole cedere al crepuscolo e all'alba, mi arriva il primo cinguettio di un uccellino che annuncia con caparbietà il nuovo giorno.
P.S. Martedì, ho fatto un salto in libreria per un po' di coccole intelligenti. Sul banco delle novità molti, troppi titoli. La mia attenzione è caduta su La città delle rose ( The Septembers of Shiraz ) di Dalia Sofer, un'altra scrittrice iraniana fuggita negli Stati Uniti nel 1982 all'età di dieci anni.
La storia parla di una famiglia ebrea di Teheran che ha scelto di rimanere in Iran affrontando sulla propria pelle la tragedia della rivoluzione islamica. Sembra interessante.

Ne parlerò.




permalink | inviato da nuvolediparole il 3/4/2008 alle 6:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (16) | Versione per la stampa
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