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LA FIABA DEL PICCOLO PENSIERO.

Racconto inedito 1.


La sua testa era colma di pensieri. Pensieri appena nati, pensieri più grandicelli, pensieri adolescenti, pensieri maturi e pensieri ormai già vecchi.


Ognuno viveva appartato in una cella  disadorna che aveva le sbarre alla piccola finestra dalla quale si poteva scorgere solo uno squarcio di cielo. La porta era inchiavardata dall’esterno e, per la maggior parte del tempo, i pensieri  rimanevano muti e solitari. Il dono di esprimersi era concesso raramente e solo allora incontravano le parole che li legavano gli uni agli altri. La felicità di ritrovarsi era fugace, sopraffatta dal dolore della separazione che si rinnovava brutalmente. Assolvevano il compito per il quale erano stati chiamati fuori delle celle e vi rientravano accompagnati da due soldati senza volto.


I pensieri morivano, talvolta di morte naturale, talvolta di disperazione, talvolta d’inedia, ma molti scomparivano nel silenzio delle ombre. Non ritornavano alle loro celle i pensieri ribelli,  gli eretici, i dubbiosi, i creativi, gli indipendenti, quelli che erano considerati pericolosi e oltraggiosi, ma anche quelli solo originali e stupendi.


Passarono giorni, mesi e anni, infine un Piccolo Pensiero, che per la prima volta era stato chiamato nel mondo delle parole, incontrò il Signore Incontrastato. Viveva in un castello di oro e di argento e risplendeva terribile sotto i raggi del sole. Due leoni maestosi reggevano le colonne di antica fattura e il timpano e  la trabeazione erano  incise di tutte le parole del mondo, ma prive di vita.

 

Il Piccolo Pensiero parlò al Signore Incontrastato ripetendo le frasi che qualcuno dietro di lui gli sussurrava, poi tornò nel silenzio della sua cella. Nei giorni successivi fu chiamato altre volte, tanto che prese gusto a quei momenti di inebriante libertà. Non riusciva a parlare con gli altri pensieri se non per il tempo  concessogli dal Signore Incontrastato. Ogni volta che la porta veniva chiusa alle sue spalle, lo soffocava il desiderio di abbattere quelle anguste pareti.


Una di quelle volte, pensò di rubare una parola e di portarla con sé. Era certamente pericoloso, ma ce la fece. Ne rubò un’altra e un’altra ancora e ogni volta che era chiamato al cospetto del Signore Incontrastato, se ne metteva una nella tasca delle giubba. Ormai era diventato un ladro di parole.


Passarono gli anni  e il Piccolo Pensiero aveva raccolto migliaia di parole che ornavano le pareti della cella, il pavimento, il soffitto. Finalmente, quando anche l’ultima fu sua, cominciò a comporre un libro, il Libro Della Vita, il libro più bello del mondo che conteneva la gioia e la sofferenza dell’umanità.


Un giorno, quando fu chiamato, se ne andò con quello dal Signore Incontrastato e, facendo umilmente appello alla sua benevolenza, lo pregò di leggerlo. Ma il Signore Incontrastato non sapeva leggere e ordinò inaspettatamente al Piccolo Pensiero di farlo per lui.
La magia delle parole che si libravano finalmente sincere e alate attraverso la  voce cristallina del Piccolo Pensiero fu tale che le mura del palazzo vacillarono sotto il loro peso. Cominciarono a scollarsi dalle fondamenta, poi su su, verso i piani più alti che si squarciarono in un orribile clangore. Anche il trono del Signore Incontrastato fu scaraventato violentemente  in aria e  ricadde miseramente a terra tra le macerie che lo inghiottirono. Il Signore Incontrastato urlò e urlò  per chiamare le Guardie, il Gran Ciambellano, i Ministri, i Generali, ma tutti erano stati resi di pietra  dallo svelarsi della verità finalmente narrata. Alla fine, quando anche l’ultima parola fu detta, le celle si aprirono e ne  uscirono festanti i pensieri ormai liberi che popolarono il mondo di mille colori.


 

Pubblicato il 2/7/2004 alle 2.7 nella rubrica Racconti..

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