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Freudiana [1]

Sono una ragazzina di dodici o tredici anni. Come ogni mattina, mi preparo per la scuola. La cartella è già pronta perché sono giudiziosa, ma controllo che ci sia anche il quaderno nuovo di matematica. Scendo in cucina a fare colazione. Mangio una fetta di pane imburrato e bevo un sorso di latte che non mi piace granché. Mentre esco di casa, ripasso mentalmente la lezione di storia. Suono il campanello di Paola e insieme ci avviamo. Risaliamo viale Cesare Battisti e svoltiamo a sinistra lungo Via della Repubblica. Sono quasi le otto e la strada è già piena di vita. Molti negozi sono aperti e uomini, donne, impiegati e operai si affrettano al lavoro in fabbrica. Cammino chiacchierando del più e del meno, quando mi assale un senso di ansia che, passo dopo passo, si trasforma in angoscia. Lo so che anche questa volta sta per accadere, ma non voglio guardare. Non voglio e resisto, ma poi, ineluttabilmente, di fronte al negozio di frutta e verdura di zia Zelandina, l’impulso a sapere è così violento che non posso arrestarlo. Mi guardo i piedi e la rivelazione, benché temuta, è sconvolgente: i piedi non ci sono più. Al loro posto si agitano delle zampe dalle unghie rapaci.

Pubblicato il 15/7/2004 alle 22.34 nella rubrica Freudiana.

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