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Freudiana [2]

La cittadina è sconosciuta, ma ha un aspetto piacevole. Le strade sono piene di gente e, sotto i portici ferve l’attività quotidiana. Sembra una cittadina emiliana, non molto grande, ma neppure piccola.

E’ giorno di mercato e la piazza principale risuona dei rumori e degli odori tipici. La maggior parte dei banchi è stracolma di frutta e di verdura e il colore dei pomodori fa a gara con quelli delle diverse insalate, le albicocche si pavoneggiano a fianco delle pesche. L’anguria aperta a metà sprigiona sensazioni di fresco zuccherino. I limoni portano con sé il profumo della terra bagnata dal mare.

Mi aggiro tra zucchini, peperoni, melanzane, assaggio un chicco d’uva già dolce.

Intorno visi sorridenti di uomini e di donne senza nome che si chiamano, si fermano, si salutano in quel dialetto che non comprendo del tutto, ma di cui ho imparato a riconoscere alcune parole.

Mi fermerei ancora a lungo, perché tutto è perfetto in quella ridda di voci, di suoni e di colori, ma  l’orologio della Torre Comunale ha segnato le dodici da un pezzo e i primi banchi già iniziano i preparativi per la chiusura. Anche per me è ora di tornare a casa per preparare il pranzo.

Lascio la piazza del mercato e m’inoltro per Via Buia, si chiama proprio così, che mi porterà al parcheggio dove ho lasciato l’auto. Ancora prima di arrivare, cerco le chiavi - è una mia vecchia abitudine quella di averle immediatamente a portata di mano -  apro la cerniera della borsa e le trovo subito con immenso sollievo. Non è facile al primo colpo nel guazzabuglio assurdo di quel pozzo di San Patrizio! In fondo alla via, si apre uno slargo. E’ qui che ho parcheggiato. Nella fila centrale di fronte al portone della chiesa romanica, ho il biglietto orario nella tasca della gonna. Mi avvicino, ma non la vedo. Possibile che mi sia sbagliata?  E’ strano. Ricordo bene di essermi ripetuta mentre mi allontanavo: “nella fila centrale di fronte al portone della chiesa”. Mi guardo intorno, controllo tutta la fila centrale avanti e indietro, ma invano. Con la borsa delle verdure che mi appesantisce, faccio il giro di tutto il parcheggio, ma non la trovo. Oh bella, mi dico, ma dove l’ho messa? Sono sicurissima di averla lasciata lì, ricordo perfino di averla incuneata tra una Fiat Punto blu e una rossa, ma, tanto per scrupolo, vado a dare un’occhiata nelle vie dintorno. Non c’è, non c’è, non c’è! File di macchine mi sfidano provocatoriamente mentre mi avvicino. Sembrano esserci proprio tutte, tranne la mia. Non mi sfiora neppure l’idea che possa essere stata rubata, so che non è così. Come lo so? Lo so e basta, lo sento. Mi allontano sempre più, percorro strade e stradine, poi, alla fine cedo. Sono stanca e mi sento strana. Mi guardo intorno e mi accorgo che sono sola. Soltanto un bel gatto rosso è acciambellato sul gradino in pietra di un negozio, all’apparenza abbandonato, di dischi. Torno indietro sui miei passi. Ma quali sono i passi che ho fatto per giungere fin qui? Dove sono? Non conosco più la via del ritorno. Le strade sono improvvisamente tutte uguali, abbastanza strette con i marciapiedi rovinati dal tempo e una ripetizione continua di case identiche, dalle finestre chiuse e prive di vita. Adesso cammino a passi più svelti, anche se non so dove andare, il respiro è affannato nel petto mentre vago alla cieca. Ad un angolo, scorgo un movimento furtivo, come un battito d’ali. Corro con tutta la forza che ho, ma, quando lo raggiungo, arrancando muta perché la voce si rompe in un rantolo asmatico, il deserto si apre davanti ai miei occhi. Sotto i portici, le botteghe sono sprangate e nessuno si aggira nell’ombra o nel sole. Solo io con il mio grido strozzato e le chiavi di quella maledetta macchina in mano.

 

 

Pubblicato il 16/7/2004 alle 0.7 nella rubrica Freudiana.

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