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Freudiana [4]

 

Firenze, Piazzale Donatello, molti anni fa. Sono una bambina di undici, dodici anni che ama giocare all’aperto, ma la città non offre luoghi adatti. Da alcuni giorni sono ospite di una zia materna che ha i figli già  grandi, adolescenti che non perdono il loro  tempo con me. Mi annoio  e allora chiedo di poter scendere davanti casa, a girare in bicicletta sull’ampio marciapiede. Dopo tante domande e tanti no, il permesso mi viene accordato con le solite raccomandazioni.

Il traffico è intenso, le auto sopraggiungono dai Viali e percorrono il Piazzale, svoltando in Borgo Pinti o superando il Cimitero degli Inglesi che è chiuso dietro le cancellate di ferro. Mi ha sempre attratto, così raccolto, così privato con  le sue tombe che conservano corpi stranieri, di cittadini inglesi che hanno scelto Firenze prima e dopo la morte.

Devo dire che anche nell’età adulta, il richiamo di un cimitero sconosciuto è sempre forte. Specialmente di quelli che si affacciano improvvisi nel centro della città estere o che circondano una chiesetta. Passeggio tra le tombe, leggo le epigrafi e, se c’è qualche foto, cerco di immaginare la vita di quell’uomo o di quella donna che mi guardano con occhi allegri e spensierati o già tristi e pensierosi.

Ma torniamo alla bambina di allora.

Dopo qualche giro sul marciapiede ghiaioso, mi travolge la curiosità di andare a sbirciare al di là di quell’inferriata. Con la bici a mano, attraverso la strada facendo attenzione alle auto che schizzano veloci e non rispettano le strisce pedonali. Ora sono sulla rotonda che accoglie il cimitero e raggiungo il cancello che naturalmente è chiuso. Abbandono per terra la bicicletta e mi arrampico sul muro per vedere meglio. Le tombe sono di diversa fattura, alcune appaiono semplici altre più imponenti e maestose. Ma non riesco a scorgere granché. Cammino sul muro tondo tondo, cercando di strappare qualcosa a quelle iscrizioni in una lingua che non conosco bene. Lì, tra i sepolcri e i cipressi si aggirano alcuni gatti, signori di quel luogo di silenzio.

Voglio attirare l’attenzione del rosso e comincio il richiamo consueto con le labbra strette protese e la lingua tra i denti, ma quello, dopo uno sguardo indifferente, se ne va con la coda ritta e scompare. Già stufa, scendo dal muretto e torno sui miei passi verso la bici. Ma non è più lì per terra dove l’ho lasciata, bensì tra le mani di un signore che mi guarda con occhi grandi e acquosi  che non mi piacciono. Non mi piace il suo sguardo e non mi piace la sua voce quando mi parla. Mi chiede come mi chiamo, quanti anni ho, se mi sono persa, mi dice di non avere paura, che ora mi accompagnerà a casa………

Persa? Paura?  Non mi sono persa e non ho paura, almeno fino ad ora. Sono appena poco più che bambina, ma capisco che di quell’uomo non mi devo fidare. Dovrei attraversare la strada il più in fretta possibile e sparire nel portone di casa, però ha la mia bicicletta e, se torno senza, chi la sente la zia! Con il cuore che mi batte forte in petto, mi avvicino un po’, allungo la mano verso la bici, ma è un gesto stupido perché lui me la attanaglia con la destra. Prima che possa urlare, lascia cadere la bicicletta e mi tappa la bocca con la sinistra. Comincio a scalciare, ma  non riesco a colpirlo. Mentre mi sussurra parole che non comprendo, ma che accrescono il mio terrore, cerca di portarmi verso una piccola e anonima vettura parcheggiata lì sulla curva. So che cosa mi sta per capitare, tante volte la mamma mi ha raccomandato di non andare con gli sconosciuti e allora, con un’insospettabile forza, gli mordo la mano che mi copre ancora la bocca. Non è un morso doloroso, ma l’uomo lascia per un momento la presa e io ne approfitto. Scappo, mulinando le gambe freneticamente, ma non riesco a muovermi. Tra le ombre del sogno, mi vedo: sto arrancando in una sequenza infinita di movimenti inutili nella loro fissità. Continuo a correre a perdifiato, ma sono sempre lì, quasi immobile, mentre l’uomo è dietro che avanza, sento i suoi passi e un certo respiro rantoloso.

Improvvisamente, l’incantesimo si rompe, la mia corsa non è più incatenata e finalmente raggiungo il bordo del marciapiede…. Alla cieca, mi getto attraverso la strada…….

In lontananza, un eco nella mente, il suono lamentoso di una sirena e un bagliore rosso.

Pubblicato il 22/10/2004 alle 19.16 nella rubrica Freudiana.

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