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Quattro passi per l'Esquilino.

                                                   

Roma, sabato mattina. Sotto la leggera pioggerellina che cade tenace da più di un’ora, al riparo di un ombrello di fortuna striminzito e sbilenco comprato per tre euro dall’ambulante all’angolo di Piazza Vittorio, Marco e io ci aggiriamo nel quartiere dell’Esquilino tra i negozi cinesi di abbigliamento. Sono vuoti, nessun cliente che guarda, che prova, che compra. Gli abiti sono appesi sulle rastrelliere o indossati da alcuni smunti manichini, ma, sebbene sgargianti nei loro colori, sembrano dei pesci senza vita.

A mano a mano che ci avviciniamo al mercato coperto, i cinesi si mescolano agli altri extracomunitari in una esplosione multietnica di suoni, di voci, di colori, di odori.  

Sulla porta d’ingresso, accovacciata sui talloni vicino allo stipite, c’è un’adolescente dai tratti zingari. Capelli lunghi neri, occhi lucidi nel bel  volto dalla carnagione scura.  Litiga con un giovane marocchino che è dietro il primo banco del pesce. Il ragazzo, per la verità, la sta prendendo in giro perché, con la mano distesa da più di un’ora a chiedere l’elemosina, non ha raccolto che cinquanta centesimi. Anche l’ultimo passante le ha dato uno sguardo distratto senza lasciarle niente. Il giovane  sembra proprio divertito e le dice che non deve aspettarsi molto di più

“ In fin dei conti ”  continua in modo arrogante “ sei una zingara! Ma che vuoi?”

 Improvvisa come una saetta giunge la risposta della ragazza

“ E tu sei solo un marocchino!” accompagnata da uno sputo di disprezzo.

Allungo i miei pochi centesimi nel suo palmo aperto e mi allontano tra i banchi di frutta e verdura, mentre alle mie spalle le loro voci non smettono di battagliare.

 

Pubblicato il 6/12/2004 alle 17.54 nella rubrica Appunti.

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