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Ricordi che affiorano.


Amo da sempre le terre bagnate dai fiumi: sono nata e ho vissuto a lungo in un piccolo paese aggrappato alla riva sinistra del Serchio, assai caro a Giuseppe Ungaretti, ho studiato a Pisa dove l’Arno si avvicina al mare, ora abito a pochi passi dal Secchia che più in là si getta nel Po.

Il fiume alimenta la vita, dà vigore ai pensieri, smussa le scontrosità, rende più dolce il cammino. Sostare sulle sue rive e guardare scorrere le acque mi infonde una lenta serenità nell’animo che si allarga senza fine in cerchi concentrici. Allora i battiti del mio cuore sono scanditi dal rumore monotono e continuo di quella corsa tra i ciotoli. Quando le acque sgorgano impetuose tra i sassi, quando trovano ostacoli tra le strettoie delle gole, provo un sentimento eccitato di fronte al rivelarsi di quella forza che avanza. Se la piena si fa pericolosa, cresce un moto di paura, ma l’amore per il fiume rimane.

Ricordo i bagni gelati nelle pozze della Lima, nei mesi estivi della mia infanzia. Erano vere prove di coraggio che facevamo a gara tra noi e, quando riaffioravamo, la pelle era talmente rabbrividita che il sole di agosto non riusciva a scaldarci del tutto. Ma ci divertivamo e trascorrevamo sul fiume gran parte delle ore pomeridiane. Tornavamo a casa con i capelli ancora fradici e i vestiti un po’ sbrindellati.
Un giorno, risalendo lungo il viottolo, volli  prendere la scorciatoia sulla scarpata di ghiaia e mi ritrovai in una situazione ridicola. Aggrappata mani e piedi a radici che spuntavano tra i sassi, non avevo più la forza di salire e, d’altra parte, non volevo tornare indietro, facendo una pessima figura con tutti gli altri del gruppo. In particolare, con quel ragazzino nuovo che mi sembrava molto simpatico. Mi imposi di resistere, di non guardare giù verso il fiume che mi stava dando un senso di vertigine e, passo dopo passo, arrancai fino alla sommità. Ricordo ancora che il sollievo di essere sana e salva fu straordinario e che le gambe mi tremavano come fragili foglie. La sorpresa si rivelò quando, cercando di pulirmi alla meglio, vidi che i jeans erano sdruciti all’altezza del ginocchio destro. Che fare? Senz’altro mia madre se ne sarebbe accorta e non avrebbe smesso più di lamentarsi che sembravo, anzi ero, un maschiaccio!

A distanza di un’eternità, penso che non avesse tutti i torti. Da piccola detestavo bambole, gonne, giochi da bambina e preferivo di gran lunga scorrazzare fuori all’aria aperta, girare in bicicletta in comodi pantaloni e scarpe da ginnastica, giocare a tennis, correre a perdifiato

D’estate, non trascorrevo un’ora più del necessario in casa e, solo quando il buio della sera mi costringeva a rientrare, mi acquietavo. Leggevo qualche pagina di un libro, soprattutto le storie di Tommy River, il cow-boy generoso di Mino Milani, di cui sono stata follemente innamorata per anni.

Quei volumi rilegati, insieme a I ragazzi della Via Pal, a Cuore e a qualche raccolta di fiabe e racconti, fanno ancora bella mostra di sé su un ripiano della libreria della casa in Toscana. Testimoni di un’età diversa, forse non del tutto felice – ma chi può dire di essere felice senza un forse a mitigarne la certezza? -  che riaffiora sempre più spesso dal passato e dà vita a ricordi che a lungo apparivano sbiaditi e invece hanno ancora una loro forza indomita.

Pubblicato il 8/1/2005 alle 17.47 nella rubrica Appunti.

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