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La casa di sabbia e nebbia di Vadim Perelman.

 

E’ sua questa casa?”

“No, questa non è la mia casa”

Con queste ultime parole di Kathy, si conclude La casa di sabbia e nebbia di  Vadim Perelman.
Un film che ricordavo con il suo fardello di tristezza e di angoscia, ma che, ieri sera, ho voluto rivedere.

Quando la contea Pacific di San Francisco espropria la casa di Kathy Nicolo, accusata per sbaglio di non avere pagato 500 dollari di tasse aziendali, e la mette in vendita all’asta, il Colonnello Amir Behrani, un esule iraniano fuggito dagli Ayatollah, la compra e va a vivervi con la moglie Naderah e il figlio Esmail.

Per Behrani, la casa, così simile a quella in riva al Mar Caspio, è una conquista importante: non serve a lenire la malinconia per la sua terra e la nostalgia per quella che era la sua esistenza privilegiata nella Persia dello Scià, ma rappresenta l’inizio del riscatto per sé e per i suoi.

Non dovranno vivere negli Stati Uniti come degli zingari, afferma la moglie.

Ma anche per Kathy, la casa è l’ultimo sogno a cui aggrapparsi. Vittima di se stessa e della miseria che la travolge, sola anche quando incontra Lester, senza un lavoro vero, lotta disperatamente per opporsi a ciò che ritiene, e nella realtà delle cose è, un sopruso.

Ben presto, lo scontro tra il Colonnello e Kathy assume i colori della tragedia. Non c’è una linea di confine tra ragione e torto che si mischiano ineluttabilmente in due necessità contrarie.

Se l’esule iraniano intravede per sé e i suoi cari una rivincita sul passato, Kathy non vuole crollare sotto il destino che ormai sembra segnarla.

Ma non c’è possibilità di redenzione e la casa, che si perde tra sabbia e  nebbia di fronte all’Oceano Pacifico, diventa irraggiungibile, metafora della sofferenza umana, dell’esilio, dello sradicamento, della solitudine, dell’impossibilità di opporsi a ciò che si è messo in movimento, apparentemente solo per uno sbaglio.

Pubblicato il 15/5/2005 alle 19.28 nella rubrica Cinema.

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