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Il piccolo cimitero di Mammiano, dove sono sepolti anche i miei genitori, è sdraiato sul fianco della collina.

Volge lo sguardo al paese e, in nessun altro luogo che conosco, la distanza tra i vivi e i morti è così breve.

Ogni volta che si levano gli occhi, il muro di pietre e il cancello circondati dai cipressi si stagliano nitidi e, al di là,  nei giorni limpidi come questi, s’intravedono le tombe.

Le più antiche stanno scomparendo e le pietre grigie con gli epitaffi incisi sono sostituite da quelle in marmo con le lettere in rilievo.

Ogni volta che vi faccio ritorno per un breve saluto, porto un fiore, sussurro una preghiera; quasi subito mi assale un sentimento indefinito che si mescola a una dolce malinconia.

Non è tristezza, ma nostalgia di quei volti che richiamano un tempo perduto.

Sorrisi strappati alla morte, occhi intensi, visi di uomini, di donne, anziani, giovani, anche qualche bambino; sono lì sotto quei cumuli di terra curati con amore e, per  l’illusione di un momento, ho la possibilità di toccarli.

Allungo la mano, li sfioro…Non ho memoria di tutti, ma molti di loro li ho conosciuti fin da quando ero bambina.

I ricordi s’affacciano incorenti l’uno dopo l’altro; oggi non è più oggi e le voci, mute per sempre, riprendono a parlare tutte insieme, ma io non riesco a sentire quello che raccontano.

E’ uno strano incantesimo che si scioglie in un pianto sommesso.

Pubblicato il 18/7/2005 alle 17.19 nella rubrica Percorsi di pensiero.

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