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Aprendo una vecchia agenda...The Hours.



Amo prendere appunti su tutto ciò che mi piace. Poi, per mesi e mesi, addirittura anni,  li dimentico. Succede così per tutto: un viaggio, una mostra, un libro, un film.

Qualche giorno fa, dallo scaffale più polveroso della libreria, quello che evidentemente non pulivo da un bel po’,  sbuca fuori un’agenda rossa del 2002/ 2003 scritta con la mia illeggibile grafia.

L’apro e la sfoglio con curiosità perché, devo confessare a me stessa, non ricordo niente di quello che ho scritto. Mi soffermo su un giorno di marzo dove ci sono alcune riflessioni sul film The hours di Stephen Daldry.

Le riporto così come le ho scritte, di getto, ma non so se oggi sarebbero le stesse.

Splendido il film, splendide le tre attrici. Irriconoscibile sotto il trucco Nicole Kidman. Ho fatto fatica a immaginare che sotto quel naso che le distorceva il volto ci fosse proprio lei, l’algida Nicole. Ma tutta la sua figura appariva deformata dallo spasimo di essere Virginia Woolf.

Dimenticarsi dell’attrice e vedere, ascoltare solo il personaggio che si muove sulla scena è straordinario. Di fronte a questa capacità di dissolversi, forse, non è possibile per la Streep e la Moore, competere, ma mi sono sembrate molto brave anche loro.

La storia, che per lunghi tratti rievoca la vita di Virginia Woolf, si svolge contemporaneamente negli anni 1951 e 2001 e intreccia l’esperienza di due donne, Laura e Clarissa, che s’incontrano quando Richard, figlio dell’una e amico dell’altra, si uccide.

Virginia Woolf e il suo libro, La signora Dalloway, sono il legame sottile ma tenace che unisce le loro vite travolte dall’incapacità di sopportare il dipanarsi quotidiano delle ore.

Come Virginia che si annega nelle acque del fiume Ouse  dopo aver a lungo combattuto con i suoi demoni, le due donne arretrano di fronte all’avanzare della vita.

La madre abbandona Richard quando è ancora un bambino, segnandone tragicamente il destino; Clarissa ne diventa l’amante per una breve estate, poi, sceglie di avere una figlia a cui non fa conoscere il padre e di trascorrere la sua vita con una donna. Continua ad occuparsi di Richard gravemente ammalato fino al momento in cui l’uomo si getta dalla finestra, ponendo fine alla sua sofferenza.

Richard non è mai riuscito a staccarsi dalla madre, dal ricordo della madre che l’ha lasciato, da quel gesto di rifiuto. E’ cresciuto vivendo una vita randagia, a malapena sfiorando la possibile felicità. Infine, ha cercato di dar voce o  di soffocare il  passato, scrivendo.

Nel suo romanzo, la madre muore, non scompare volontariamente lasciandolo con il padre e la sorellina appena nata.
La morte è meno dolorosa dell’abbandono che ha subito, può rimettere in qualche modo le cose a posto.
Ma non è così, poiché niente può essere come prima.

Il bambino si è fatto adulto, ma porta ancora nel cuore il desiderio struggente della madre, il sogno di non averla mai persa.

Pubblicato il 21/7/2005 alle 17.29 nella rubrica Percorsi di pensiero.

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