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Le divine pietanze.

Saperi e sapori delle tradizioni sefardita e askenazita si sono intrecciati nella cena ebraica proposta dall’Associazione Culturale QOL di Novellara, Reggio Emilia.

Una cena che è stata un’occasione per scoprire piatti sconosciuti, gusti inconsueti e per riflettere insieme al professore Giampaolo Anderlini sulle norme alimentari ebraiche.

 

Il cibo è un elemento fondamentale nella vita dell’uomo in quanto lo libera dalle esigenze del corpo, permettendogli di dedicarsi alla ricerca spirituale e conducendolo a Dio.

Nella Torà, data all’uomo sul monte Sinài, molti sono i precetti alimentari che separano coloro che li seguiranno dagli altri uomini. Questa separazione ha in sé il significato dell’appartenenza e conduce alla definizione dell’identità ebraica.

 

Seguire le numerose mitzvoth che distinguono il puro dall’impuro vuol dire percorrere un cammino di santità e di fedeltà che porta, boccone dopo boccone, a Dio.

Questi precetti non vanno sentiti come una limitazione della libertà umana, ma come una vicinanza alla volontà divina.

L’uomo può mangiare quasi tutti gli animali viventi sulla terra, nel cielo e nel mare, ma si deve astenere da alcuni.

Non serve a niente chiedersi perché alcuni animali sono considerati impuri: i precetti, infatti, assumono valore non in relazione al loro contenuto, ma perché sono ordini che vengono dalla bocca del Santo benedetto egli sia.

Le limitazioni alimentari rientrano nei 613 precetti che conducono a Dio lungo il percorso dell’obbedienza e del completo abbandono al suo volere; non è un cammino etico per il quale non ci sarebbe stato bisogno della rivelazione sul Sinài, ma un’assoluta fedeltà alla parola del Santo benedetto egli sia.

Pubblicato il 12/10/2005 alle 17.1 nella rubrica Judaica.

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