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Verità e intelligenza.

La verità sfugge all’intelligenza dell’uomo, si nasconde, si camuffa. Allora che fare? Serve affannarsi a cercarla o è meglio attendere che si riveli nel tempo?

Martha von Bulow,sul letto d’agonia, se lo chiede.

La voracità con la quale consumiamo le cose del mondo ci spinge a seguire la prima via come se la verità fosse qualcosa di effimero. Ma  questa via che percorriamo sicuri di noi nasconde a ogni svolta intralci e trabocchetti tra i quali ci perdiamo.

Raggiungiamo la verità per poi scoprire che non è così limpida come l’avevamo immaginata. La troviamo guasta almeno in una sua parte e allora riprendiamo il cammino puntando gli occhi sul nuovo miraggio che luccica sull’orizzonte lontano. Senza un attimo di riposo, ci lanciamo alla sua rincorsa e così ancora chissà per quanti altri vani tentativi. Una procedura per prova ed errore che non ha sbocco e ci conduce in un vicolo cieco.

In sé è giusto cercare sempre la verità, non dimenticare mai che siamo nati per questo.

-         Fatti non foste a viver come bruti,

       ma per seguire virtute e canoscenza –


così incita i suoi uomini l’Ulisse dantesco.


E’ giusto cadere e rialzarsi, magari per poi ricadere di nuovo, ma questo faticoso modo di procedere non deve essere fino a se stesso e non deve esaurirsi in una fredda apparenza.

Forse, qualche volta è meglio fermarsi, fare sì che l’intelligenza si ripieghi su se stessa e ritrovi la sua forza smarrita.
Per riprendere il cammino.

Pubblicato il 14/10/2005 alle 22.5 nella rubrica Percorsi di pensiero.

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