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La Befana vien di notte...



La Befana mi riporta agli anni della mia fanciullezza.

E' legata ai luoghi in cui sono nata e in cui a lungo ho vissuto: la Lucchesia magica che s'arrampica su per il greto del Serchio fino alle pendici della Garfagnana. Una terra a metà tra l'antico e il moderno che, allora, mescolava tradizione e innovazione.

Ricordo che il 5 gennaio era un giorno straordinario, fantastico e terribile. Era fatto di attesa e di paura che aggrovigliate mi facevano battere forte il cuore e scandivano ogni ora fin dal mattino non appena aprivo gli occhi ancora pieno di sonno.

Ogni minuto era una lenta agonia che m'avvicinava al momento così desiderato e così temuto.

La Befana, in quegli anni che non scolorano nella memoria, portava i doni a tutti i bambini buoni, ma io, non so perché, ne avevo terrore.

Sapevo che anch'io avrei ricevuto i regali prediletti, una bambola, una lavagna con i gessetti, un libro di immagini e parole, un fucile –confesso che da piccola amavo giocare ai cow-boy – ma la Befana mi spaventava così tanto che quasi quasi vi avrei rinunciato. Per tutto il giorno, rimanevo attaccata alla sottana della mamma e della zia Nina senza riuscire a trovare un momento di serenità.

Guardavo il Gragno, il monte che al di là del fiume s'ergeva alto con la tenebrosa caverna nella quale immaginavo vivesse. Solo in quelle ore mi incuteva timore, in tutti gli altri giorni dell'anno, quell'antro era la casa delle fate!

All'imbrunire, la paura cresceva e diventava insostenibile quando sentivo cantare la Befana.Era una tradizione antica che aveva un fine di beneficenza: i befanotti vestiti di stracci e con grandi sacchi sulle spalle passavano di casa in casa a chiedere qualcosa per i più poveri, per i vecchi del ricovero. Sulla tavola di casa erano pronti le arance e i mandarini, qualche dolcetto, un po' di soldi che venivano distribuiti a chi bussava alla porta.

Ecco, il suono delle loro voci che cantavano sempre la stessa strofa – La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte... - delle loro risate allegre mentre ringraziavano – Ringraziamo la Befana...- erano il segno che l'ora s'avvicinava e che nel giro di poco, a volte prima di cena, a volte dopo, la Befana sarebbe giunta.

Non potete rendervi conto del mio stato d'animo.

Quando ripenso alla mia infanzia, questi momenti di attesa sono senz'altro tra i ricordi più vivi e alcune immagini sono così vivaci che mantengono ancora la forza emotiva d'allora.

Il babbo e la mamma, che coglievano quella paura nel mio sguardo cercavano di consolarmi, mi stringevano forte quando la Befana entrava in casa e deponeva i giochi sotto l'albero di Natale, ma io respiravo solo quando se ne era andata gobba e ciondolante sotto il peso del suo sacco.

La paura lentamente lasciava il posto alla curiosità di scartare i pacchi colorati e scompariva quasi sempre senza lasciare traccia, sopraffatta dalla gioia che finalmente non aveva più ostacoli.

Una volta non fu così. Avrò avuto otto o nove anni ed ebbi in dono un magnifico pianoforte nero. La Befana, senza che quella sera la vedessi, lo lasciò nel salotto buono, al di là della porta chiusa.

Sapevo che c'era, che avrei soltanto dovuto aprirla e lo avrei trovato, ma non lo feci. Quando mia madre, infine, si decise a spalancare quella benedetta porta, io feci un passo timido in avanti per poi ritrarmi. Ero convinta che la Befana si fosse nascosta lì da qualche parte e che sarebbe saltata fuori sorprendendomi.

Andai a letto, riuscii a prendere sonno a stento tenendo la mano della zia Nina e, solo al mattino, ebbi il coraggio di alzare il ripiano e scoprire i tasti bianchi e neri che brillavano nella luce del sole.

Pubblicato il 5/1/2006 alle 14.54 nella rubrica Racconti..

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